Café suisse e altri luoghi di sosta

  • Il libro di Beppe Sebaste segue una via diversa da quella dei “nuovi narratori” a cui la stampa ha concesso attenzione in questi anni. Non la costruzione di trame che catturano, non il richiamo immediato a problemi d’attualità, ma la fedeltà al proprio tono e al proprio ritmo. Mi sembra che questo gli basti per riuscire a vedere qualcosa al di là delle parole. La scrittura è anche un modo di vivere, come la musica, l’ascolto delle parole e dei loro ritmi, che richiede ad ognuno il tempo e la capacità di placare le stimolazioni più imperiose dell’esteriorità. Proprio perché il libro di Sebaste non è un progetto a freddo, ma un modo di vivere in compagnia della scrittura, richiede una lettura che non corra avanti in cerca di spicciative rivelazioni, ma che riesca a raccogliersi nel presente assoluto delle parole che ascoltiamo per il loro tono e i loro ritmi. Una lettura fatta di momenti di calma. Il libro di Sebaste parla ininterrottamente del mondo che ci sta attorno, nei suoi aspetti più sensibili, meno astratti, attraverso l’ascolto e la visione. Sono tanti numerini d’un composito cabaret, che valgono come luoghi di sosta effettivi, cioè luoghi dove fermarsi sospesi nell’abbandono del momento. L’esigenza del libro di Sebaste è questa, che sia possibile trovare lo stato sospeso della visione nello scorrere della vita. In questo senso il suo tema di fondo ci riguarda tutti da vicino. E’ la possibilità di abitare il mondo in cui viviamo senza sentirci in esilio, nel grande prodigio della sua (del mondo) esistenza (Gianni Celati, quarta di copertina del libro).

  • Che bel libro è scritto come un film

    Beppe Sebaste è quasi uno scrittore esordiente. Cercherò più avanti di spiegare quel “quasi”. Nato nel 1959 a Parma, Sebaste ha vissuto in varie città, tra le quali Ginevra. Ora vive, per sua dichiarazione, a Parigi e in Versilia. Non so che lavoro faccia. Io l’ho conosciuto fuggevolmente parecchi anni fa a Cattolica, e a quel tempo era uno studente prossimo alla laurea. Da quello che scrive si cava l’impressione, magari falsa, di una adolescenza prolungata per inclinazione e partito preso.

    I viaggi e le soste di cui parla, a New York e in California, in luoghi della Svizzera o lungo le vie dell’Emilia, hanno la grazia e a volte l’indifferenza della casualità, sembrano rispondere più ai richiami dell’immaginario che a un programma o una passione. Per me è interessante avvertire in Sebaste una poetica minima ma efficace. Potrei formularla così: Sebaste scrive per conferire leggerezza alla vacuità e all’orrendo, e discreta nitidezza all’insignificante.

    In altre parole potrei dire che Sebaste presta attenzione e rispetto a ciò che esiste, a ciò che lo tocca, e allo stesso tempo esprime verso ciò che esiste, verso ciò che lo tocca, qualche cosa di molto simile alla noncuranza. Una poetica assai prossima all’aridità, e forse più adatta alla poesia che alla prosa. Ma, appunto, Sebaste cura con orecchio musicale il movimento delle sue frasi. E l’aridità diventa mondo, presenza, esserci delle persone e delle cose. Così nei suoi testi brevi, brevissimi o di poche pagine, l’autore ottiene effetti che di solito ci si aspettano piuttosto dalla poesia.

    Ora che esce da Feltrinelli Café Suisse e altri luoghi di sosta (pagg. 140, Lire 21.000) è d’obbligo ricordarsi che nel 1983 il giovanissimo Sebaste aveva pubblicato un curioso libretto, L’ultimo buco nell’acqua (Aelia Laelia), dove aveva messo insieme testi suoi e del suo amico Giorgio Messori. I due affermavano di aver lavorato soprattutto nel montaggio dei raccontini dell’uno e dell’altro. Ma che cosa voleva dire quel “soprattutto”? Il lettore non poteva decidere chi era l’uno e chi era l’altro, tanto i testi risultavano omogenei. Resta il fatto che il buco nell’acqua sparì nel limbo delle gradevoli immagini giovanili di quegli anni, ma se si risfoglia oggi quel libretto si trovano parecchie tracce della maniera di Café Suisse. A cominciare dalla forma, che i due non sapevano se chiamare “storie, o racconti, o prose brevi”. L’indecisione (incapacità o riluttanza) a scrivere il racconto nel senso tradizionale segna anche il carattere di Café Suisse. Ecco perché dicevo in principio che Sebaste è uno scrittore quasi esordiente. In realtà questo libro è poeticamente maturo proprio nel saper conservare, e direi incrementare senza forzature, quello stato di sospensione, di meraviglia soffice e fluttuante, come rattenuta, che s’intravedeva nelle prosette giovanili. “Una strana rassegnazione, leggermente euforica”, ecco una frase autodescrittiva che potrebbe fornire la chiave dello scrivere perplesso, asciutto, un po’ da dandy di Beppe Sebaste. I suoi testi, più che racconti, sembrano pagine di diario mascherate, fotografie lungamente studiate e poi scattate di sorpresa, o piccole sequenze di un film che si esclude da qualsiasi circuito commerciale, uno di quei film che a volte capita di vedere in qualche festival e che durano mezz’ora o pochi minuti. Anche quando mette in campo se stesso, Sebaste si vede con l’occhio di una macchina da presa. E naturalmente si guarda bene dal nasconderlo, anzi ci gioca su: in un passo, mentre scrive, immagina che una sua donna gli direbbe di sicuro: “Tu pensi sempre di vivere in un film”. Se il pensiero formale del film è tutto sommato velleitario e ironico (nella scrittura di Sebaste), è vero che il suo libro esprime per analogia e in qualche caso direttamente il vagabondare e sognare di un fotografo che guarda ciò che accade anche “con le orecchie”. Tra la quarantina e passa di testi che compongono Café Suisse potrei citare molte cose, alcune assai semplici e deliziosamente fragili, come quella pagina intitolata “Autostrada” dove è espressa la sensazione di veder scorrere il mondo, l’armonia e umiltà del movimento.Café Suisse è un libro di piccole epifanie, apparizioni familiari o sconcertanti; anche il tremendo fa la propria apparizione “filmica”. Un amico dell’autore, dalla terrazza di uno ospedale ginevrino in cui lavora, mentre sta mangiando una minestra, da dietro una vetrata assiste al suicidio di una ragazza, che salita sul parapetto, simile a “un angelo colorato sullo sfondo di un cielo pallido”, si lascia cadere con grazia nel vuoto; col cucchiaio in mano, sospeso tra il petto e la bocca, l’amico scopre “intatto” il panorama usuale, i tetti, le antenne, il cielo che accoglie lo sbuffo denso del camino. E poi? Poi non c’è niente. Il pezzo è intitolato, come fosse un quadro di Edward Hopper, “La cafeteria”. Il finale di “Big Sur”, garbatamente allegorico, è tipico della maniera di Sebaste (aneddoto-epifania). Incantato dal paesaggio della Ojai Valley, il guidatore scatta ogni tanto fotografie facendo sbandare leggermente l’auto. Non dico altro per non togliervi il piacere di leggere l’episodio (nel caso che il libro vi interessi).

    Il racconto principe di Café Suisse è però, a mio avviso, “L’infinito di Dante (un viaggio in Italia)”, dove l’autore incontra un vero fotografo, uno che cerca di fissare sulla pellicola la non visibilità naturale, l’infinito, la luce dei muri e della nebbia. Un vero fotografo, forse. Non è detto.
    ALFREDO GIULIANI, la Repubblica 29 agosto 1992