“Dentro i musei [e le Accademie svedesi – n.d.r.) l’infinità viene giudicata”

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Inside the museums, Infinity goes up on trial
Voices echo this is what salvation must be like after a while

(B. D., Visions of Johanna)

Dentro i musei l’Infinità viene giudicata /Voci echeggiano dev’essere così la salvezza dopo un po’ di tempo

   Questi versi della magnifica canzone Visions of Johanna mi sono venuti in mente solo dopo aver mandato quel frettoloso articoletto dedicato a Dylan che dovrebbe essere uscito oggi su l’Unità. Da dylaniato autentico (il neologismo fu coniato da Luigi Ghirri, con il quale sono stato presente a non so quanti concerti di Dylan, e con cui festeggiavamo nella sua casa in campagna il compleanno di Dylan con lo striscione For ever Young), non potevo esimermi, anche se mi pare di avere ripetuto le stesse cose che dico sempre. Ma questi due versi riportati sopra mi sembrano il miglior autocommento al premio Nobel per Dylan. Che, anche se da molti anni ormai se ne parlava e un po’ lo si aspettava (mi pare che iniziò a circolare la voce nel ’96 o ’97) e lo si desiderava, è pur sempre un fatto straordinario, perché di colpo siamo tutti noi, dylaniati sentimentali, a essere stati promossi con la nostra passione sentimentale.

Ed ecco l’articolo, intitolato dal giornale “Quella voce di sabbia e colla”:

   Per una singolare coincidenza, all’anomalia di un premio Nobel inventore di linguaggi (a dimostrazione che la letteratura non c’entra con la comunicazione) che supponiamo allietare il paradiso con la poesia dei suoi grammelot, succede un poeta straordinario che ci ha insegnato a sentire e guardare il mondo con la sua voce “di sabbia e colla” (disse David Bowie) e lo stile inconfondibile delle sue canzoni che mischiano folk, blues e rock. “Come definirebbe il suo stile?”, gli chiese un dj svedese nel ’66. “Non ho mai sentito nessuno che suona e canta come me, quindi non lo so”, rispose Bob Dylan.

Suona insomma meraviglioso e naturale che a Dylan sia stato conferito il Premio Nobel per la letteratura “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”, “intorno a temi come le condizioni sociali dell’uomo, la religione, la politica e l’amore”. Da ragazzi ci davano i brividi le sue canzoni dette di “protesta”, ma soprattutto quelle che parlavano d’amore con sfumature di urgenza, rabbia e tenerezza (Baby, Let Me Follow You Down, Just like a Woman), e di disamore con dolcezza (Don’t Think Twice it’s Allright). Ma la cosa più nuova e rivoluzionaria, come in ogni vera letteratura, era il tono, l’elemento forse più indefinibile della letteratura.

Dylan lo si ascolta meglio con gli occhi aperti, e non a caso il più grande fotografo italiano, Luigi Ghirri, non smetteva mai di ascoltarlo. Ma la sua voce e il suo tono componevano fin dall’inizio un’estetica, una poetica della polvere. Fu Ghirri a farmi leggere la poetica confessione che Bob Dylan scrisse per Joan Baez nel 1964 (Joan Baez in Concert part II). Racconta di quando ragazzo si acquattava in un campo ferroviario vicino a casa della zia, passava ore strappando e mordendo ciuffi d’erba in attesa del suono dei vagoni pieni di ferro delle miniere, e del tremolìo polveroso dei binari. Con gli anni, scrisse Dylan, «lasciai che i simboli prendessero forma / e creassero per me un nemico da combattere / contro cui scagliare la lingua e ribellarmi / Il mio primo simbolo fu la parola ‘bello’/ Perché le ferrovie non erano belle / erano nere per il fumo, colore di fogna / e puzza e fuliggine e polvere / Avrei giudicato la bellezza secondo queste regole / Accettandola solo se era brutta / e se potevo toccarla con mano / perché solo allora avrei compreso / dicendo ‘questo sì che è reale’…”. È l’idea della bellezza come vita nuda che ha reso unico Bob Dylan, insieme alla sua voce morbida e scabrosa. Poi Dylan cantò anche la pura bellezza, le vite degli altri, la bellezza sognante, lo stupore di abitare.

   Bob Dylan canta ancora oggi, incessantemente e, come ha aggiunto l’Accademia svedese, lui stesso come la sua incessante tournée è l’icona di un Never Ending Tour. E ancora oggi, quando ascolto Bob Dylan, provo lo stesso indefinibile incanto, come quando piove in estate: l’odore della pioggia si diffonde dolcemente nella luce e si cammina sui viali di foglie con le scarpe fuori stagione. È una specie di sinestesia, figura retorica sentimentale, percezione insieme di realtà e sogno. Stasera per esempio ha piovuto un po’ mentre scrivevo queste parole e ho pensato (just like a woman): «nessuno sente nessun dolore /stasera» (nobody feels any pain).