Detto questo, sono stufo di parlare del modo di pubblicazione del mio ultimo libro. Mi interessa parlare della sua forma, frasi, tono, della sua necessità o meno

libro in edicola

Il libro, clandestino in un’edicola, visibile in terza fila tra Pasolini e il Berlusconi del portavoce Friedman (anche “Fallire” parla molto di Berlusconi, però attraverso Massimo Tartaglia, che è un po’ diverso)

Dopo l’articolo di Paolo Di Paolo su la Stampa, generoso ma forse involontariamente fuorviante nel mischiare scrittori disparati e questioni generazionali (confesso di non sentire nulla in comune, pur rispettandoli, con gli autori citati dall’articolo, né di sentirmi espressione di una generazione, qualunque essa sia); dopo aver letto commenti ancora più fuorvianti e sciocchi su quell’articolo (che hanno in comune la riduzione della letteratura a una questione sociologica, se non addirittura economica,  da “furbetti del quartierino”); ecco, ho pensato di ri-offrire qui alcuni appunti – gli stessi a cui come intervista scritta ha avuto accesso Di Paolo.

Riguardano la mia decisione di pubblicare il mio ultimo, pardon, il mio nuovo romanzo direttamente su Amazon. Una scelta, lo dico qui una volta per tutte, che non è stata motivata da un insuccesso o un rifiuto generalizzato del mio libro, ma da un’affermazione di autonomia fatta in via del tutto sperimentale: il desiderio di renderlo accessibile a bassissimo prezzo nella cosiddetta democrazia on line, vedere cosa succede, come si propaga (se si propaga), come viene letto, se viene letto, etc., tutti elementi che, a mio parere, non devono nemmeno impedire a un editore futuro l’eventualità di ripubblicarlo a sua volta. E valga per tutti coloro che vogliono fare la stessa cosa. Ma mi sembra che il tempo presente sia molto diverso rispetto alle mie origini e motivazioni

Agli antipodi della ricerca di successo e riconoscimenti ho iniziato a scrivere da ragazzo affascinato e motivato dalla sperimentazione letteraria, dalla rottura dei canoni e dei codici (e del consenso che garantisce il successo), dal tentativo incessante di allargare l’area di ciò che si considera “letteratura”, ma anche l’area della coscienza (Allen Ginsberg). Mi sono nutrito di beat generation (Usa) e di esperimenti sul linguaggio (Italia, Europa, da Beckett in poi) , ma l’America mi piaceva di più, perché lì la parola “stile” non riguardava solo un fatto “letterario” ma “di vita”, e non ho mai cessato di declinarlo e incarnarlo così. Tutto questo dovrebbe aiutare a comprendere che della letteratura non mi interessano solo gli enunciati, ma le enunciazioni, non solo le storie, il narrato, ma i discorsi che le contengono, il narrare, il Dire, tutto l’apparato e le circostanze enunciative; non solo il genere, e il gesto linguistico-espressivo a cui rimanda, la sua locuzione, ma anche il suo carattere illocutorio e perlocutorio,  le circostanze della sua confezione e della sua pubblicazione. (Trovo viceversa misera e sconfortante la miopia di chi non pensa e non cura questa complessità, e come se il mondo intorno fosse immobile  scrive “cose” indifferenti ai contesti, cose che riescono a sembrare nello stesso tempo canovacci di telefilm che si assomigliano tutti, e romanzi dell’Ottocento buoni per i premi).

Detto questo, sono un po’ stufo di parlare del modo di pubblicazione di questo libro. Leggetelo (costa 2,99 euro come e-book, e 16 come volume di 350 pagine), e se volete dite qualcosa sul romanzo stesso – la sua forma, la sua necessità o no, le sue frasi, il suo tono, le sue storie…

E ora ecco i miei appunti sul pubblicare con Amazon, e sul pubblicare in questa epoca…

FALLIRE Storia con fantasmi COPERTINA (CreateSpace) 30 07

 

…  a quello che avevo già scritto e annunciato nel mio blog l’inverno scorso, qui, http://www.beppesebaste.com/banlieue-o-p… ), prima di pubblicare il libro sulla piattaforma di Amazon, come e-book e poi come cartaceo (ottimamente stampato printed on demand da CreateSpace), e prima di Mondazzoli, aggiungerei la mutazione antropologica dei giovani scrittori o aspiranti tali, il desiderio di essere scrittori nel senso di avere successo, a qualsiasi costo, indipendentemente dalla natura anarchica e irriducibile dello scrivere, oppure anche scrittori nel senso più generale di autori, sceneggiatori e facitori di trame, operai della fabbrica di storie che coincide con il sociale nella sua interezza, del generale storytelling su cui si basa ormai il capitalismo culturale (… ) e l’industria dell’intrattenimento – la sola che prosperi, insieme all’eroina e alla metanfetamina, anche in tempi di crisi e di guerra (vedi Berlusconi e berlusconismo planetario). Penso sia anche conseguenza e frutto della retorica annosa che ha istigato a “scrivere” – come se fosse una cosa innocente, e come se fosse una soluzione alla disoccupazione – un po’ come il successo della facoltà di “comunicazione” nel decennio precedente, come la baldoria passata del diventare tutti “giornalisti”.

Scrivere è oggi più che altro un dato e un argomento sociologico, parole come “poetica” o “estetica” sono bandite dal dizionario, e pochi capirebbero quello che Deleuze scriveva con pensosa ironia non molti anni fa: scrivere non è diventare scrittori, ma diventare altro, destrutturare ogni idea di diventare qualcosa, divenire sempre (cioè non diventare mai) e comunque destrutturando politicamente e poeticamente la propria esistenza e tutto l’esistente intorno; un atto anarchico, coraggioso, rischioso, tutto il contrario della rivendicazione di maggior potere dei TQ (ricordate?).

Ora, chi scrive ancora così? Chi è capace di riconoscere che “letteratura” non ha niente a che fare con “comunicazione”? Quindi l’auto-pubblicazione come promozione di sé (su cui fanno leva gli imitatori italiani di Amazon, le aziende di self-publishing) ai miei occhi è già abbastanza ripugnante, e sì, nell’assenza di mediatori, occorre inventarseli, occorre rivolgersi ad altri (l’alterità…). Vorrei ricordare che il poeta Roberto Roversi preferiva stampare le proprie poesie con un ciclostile, e inviarle gratuitamente a chi gliene faceva richiesta. Altri tempi, certo… Ma è pur sempre un esempio da pensare e rispettare. Oggi il ricorso alla possibilità di un distributore e supermercato oggettivo come Amazon è utile in assenza di mediatori per poter trovare appunto i giusti mediatori, per ricominciare forse da zero, per poter mostrare senza retoriche e senza infingimenti (con Amazon non spendi nulla, sia chiaro: al limite guadagni più royalties che con gli editori noti) quello che si è fatto, senza vergognarsi della propria povertà e solitudine o clandestinità… (Certo, io non dovevo neanche per scherzo diventare scrittore, lo ero già, ho pubblicato di qui e di là, e il paradosso è anche che la produzione indipendente si addice a chi è già uno scrittore riconosciuto. D’altra parte è vero che ormai gli scrittori ormai sono tantissimi, e ho scommesso sull’impubblicabilità di questo mio romanzo proprio perché non assomiglia a nessuno di quelli che sono già pubblicati, e la somiglianza,  nella micidiale semplificazione e omologazione editoriale, è diventato un criterio di pubblicabilità.

Per me era eloquente, e anche divertente, la reazione del mio agente: “è un libro per Adelphi”, attestazione che, al di là della mia iniziale e personale gratificazione, capisco che significa, tradotto: “è un libro molto letterario (?), molto nuovo (?) e sorprendente, non assomiglia a nessun altro, e non si sa proprio dove piazzarlo”. Anche se poi perfino Adelphi – vedi il caso del meraviglioso e inclassificabile Roberto Bolano – non prende molti rischi e predilige autori già valorizzati da un consenso precedente, o già celebrati (spesso, è un dato statistico, già deceduti). Ecco, nel mio caso pubblicare da Amazon io non lo chiamerei self-publishing, perché non cerco di diventare scrittore né di richiamare una particolare attenzione, ma produzione indipendente (“indie”, dicono gli amici stranieri), come accade nella musica e nel cinema.

Per me è un esperimento, non una teoria. Un invito alla riflessione e, successivamente, alla discussione. Ripeto, ho l’impressione che chi decida attualmente la scelta e la promozione dei libri nelle case editrici non sia una pluralità diversificata di persone che ama il rischio della letteratura, ma un gruppo assai omogeneo che segue logiche diverse, se non addirittura estranee, all’avventura e al gusto dello scrivere – anche se molti di loro, con malcelato conflitto di interessi, sono “scrittori”). Forse detto così è un eufemismo. Pubblicando in modo “indie”, ovviamente senza nessun costo ma anzi con una chiara virtualità di guadagno, volevo soprattutto dire e fare (come ho sempre detto e fatto), “viva la libertà”: libertà di non scrivere per inseguire modelli né per avere “successo”, libertà di non scrivere per diventare scrittori, ma per scoprire qualcosa di imprevisto e impensato.

Vorrei aggiungere (su un piano forse sociologico) che il caos e quello che respinge del supermercato on line che è Amazon, le sue strategie commerciali, non è diverso, né superiore né peggiore, dell’effetto che mi fa entrare in una grande libreria (mettiamo una Feltrinelli), così simile a un portale kitsch di Internet, ma con più retorica; dove le pile di libri esposti dalla natura ormai generalmente televisiva sono dissuasive dall’acquisto del libro che ho in mente, e che puntualmente non trovo, fosse anche Montale o Tagore o Pirandello (giuro). Ma queste cose le diciamo ormai da anni.   Sarebbe invece importantissimo riproporre il discorso su mediatori culturali, sui mediatori editoriali, su tutti quelli che si assumono la responsabilità credo senza merito (del restio difficile da verificare) di veicolare e disegnare l’orizzonte di pubblicabilità e quindi leggibilità in Italia (e non solo; ma parliamo solo dell’Italia). Ricordo che l’ultima volta che si messo il dito, sapientemente e coraggiosamente, su questa piaga, che non è solo teorica, è stato dieci anni fa con i libri e con gli interventi critici di Carla Benedetti, di cui sento la mancanza. Il discorso è forse chiuso? Al contrario, è urgente riaprirlo…