Elogio della condivisione. Incontro con Jean Starobinski (e l’Expo)

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Una serie di motivi e associazioni di idee mi hanno portato stamattina a cercare un articolo quasi dimenticato, perché precede di anni il mio uso del blog e dei social network: un’intervista fatta nel settembre 2002 per l’Unità al mio vecchio professore Jean Starobinski (cosa curiosa, è nominato anche nel mio nuovo romanzo “Fallire. Storia con fantasmi”, perché aveva l’età di mia madre e del vecchio Papa). Le vere associazioni di idee sono presto dette. Lo incontrai a un convegno sul “dono”, Starobinski aveva da poco pubblicato Largesse, un libro sulla crudeltà del potere e l’esibizione della sua “prodigalità” (largesse, appunto), una specie di excursus sulle quotidiane “expo” alimentari del Potere. Così scrivevo nel pezzo:

   “Largesse (dal latino largus, elargitio), ovvero liberalità, prodigalità (plurale: elargizioni). Il termine, non privo di ironia, designa quel dono “verticale” cui da sempre fanno uso le figure e le incarnazioni del Potere: cesari o imperatori, a volte mascherati da dea Fortuna, che “elargiscono” alla cieca a una folla demunita e osannante, indotta dal gesto di “larghezza” a guerre fratricide di poveri per contendersi qualche brandello di dono alimentare o pecuniario; mentre dall’alto, compiaciuti, i potenti osservano i tumulti da loro stessi indotti. Questo gesto, degenerazione dell’antica sparsio – dono sparpagliato e fluente come fiume, di cui la disseminazione di parole nel famoso Coup de dés di Mallarmé è caso particolare – fu già criticato e descritto nel De Beneficiis di Seneca, e variamente ripreso, tra gli altri, da Rousseau e da Baudelaire (le scene degli aristocratici che gettano pan di spezie ai poveri per godere del loro azzuffarsi). A pensarci, a quel gesto non sono estranee – e Starobinski non manca di richiamarne l’esempio – le corse ai buffet delle nostre occasioni mondane, o le nostre attuali lotterie”.

Non si potrebbe dire la stessa cosa dell’Expo? È lo stesso teatro della crudeltà – del potere.

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E infatti proprio stamattina ho letto su Facebook due post sullo stesso tema, uno di Aldo Nove e uno di Sergio Zuccaro (non a caso poeti entrambi).

Il primo: “Non riesco a capire perché tutti gli esseri umani più sfortunati di noi e che circolano ora dentro e attorno alla stazione centrale di Milano alla ricerca di qualcosa da mangiare non vengano accolti tutti e immediatamente a Expo, il cui tema è giusto “Nutrire il pianeta”. Ma il pianeta da nutrire è evidentemente quello dei mafiosi che l’hanno costruita (si fa per dire, costruita: messa su alla bell’e meglio) e di chi può spendere 50 euro per vedere un luna-park a metà che si crede il centro del mondo ma è solo la più squallida fuffa mediatica degli ultimi anni”.

Il secondo: “Tenendo conto delle differenze, organizzare un’EXPO sull’alimentazione, con due terzi di mondo che spinge alle frontiere, è come esporre un’orata su un davanzale, con un esercito di gatti che vi si aggirano sotto”.

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              Jean Starobinski. Elogio della condivisione

   Che ne è oggi del dono, se il suo circolo virtuoso è da sempre un circolo vizioso, cioè economico, di debito e credito? Che ne è della gratuità, se anche l’evangelico “Sermone della montagna” (Matteo, 6), mentre raccomanda la segretezza del dare l’elemosina, non manca di ricordare che la ricompensa del Signore è condizionata ad essa? Da tempo al centro di indagini filosofiche, religiose e politiche, sulla scia di Marcel Mauss e Georges Bataille, decostruito più di recente da Jacques Derrida, sfogliato storicamente da Jean Starobinski (Largesse, tr. it. A piene mani. Dono fastoso e dono perverso, Einaudi 1995), il tema del dono e della gratuità è stato interrogato fino alle estreme conseguenze, compreso il suo stesso diritto di esistenza. L’etimologia suggerisce che alla radice di dono c’è dosis, che in latino è dose di veleno, come nel tedesco Gift che traduce entrambi. Alla fine del suo saggio, Starobinski, autore fra l’altro di Il rimedio nel male, ammetteva con onestà di accorgersi che tutte le interrogazioni fondamentali che il dono ci offre erano ancora lì davanti a noi, intatte. In altre studi recenti, il tema del dono si fonde con quello, di un’attualità bruciante, di ospitalità. Il dono è dell’ospite, ha scritto su queste pagine Sergio Givone. Anche “ospite” è parola ambivalente: il dono, si vedrà, è soprattutto condivisione…

Nella sala da pranzo di un palazzo le cui finestre, quadri tra i quadri (Severini, Vedova, Carena…) si affacciano sull’acqua e sulle cupole della Madonna della Salute, oltre che sui tanti campanili di Venezia, davvero ci si sente ospiti, e di riguardo. “Qui” è l’antico convento benedettino, con chiostro palladiano, sede della Fondazione Cini nell’isola di San Giorgio a Venezia, luogo di un mecenatismo esemplare che celebra in sordina la propria vocazione con un corso internazionale di studi su “Forme e valori della gratuità”, a cura di Carlo Ossola. E qui incontro, ospite illustre e relatore della lezione inaugurale, un mio professore dell’Università di Ginevra nei primi anni ’80, quello più amato, Jean Starobinski.

Lo ritrovo tale e quale allora (“ma ho l’età del Papa”, mi dice sorridendo), un uomo solido, garbatamente ironico e attento. Un uomo che parlava, si diceva allora, come un libro stampato, e che a lezione trovava errori impercettibili anche nelle edizioni di riferimento dei classici. Storico eminente delle idee, specialista del XVII secolo e autore di una ventina di volumi (tra cui l’indimenticabile Jean-Jacques Rousseau. La trasparenza e l’ostacolo), di Starobinski non posso dimenticare l’effetto illuminante di due verbi giustapposti e fascinosi – “accusare e sedurre” – con cui egli spiegava la critica alla società condotta da Rousseau, paradigma di future critiche politiche, ma anche paradigma, insieme alla contestazione della cultura e dell’arte, dell’avanguardia del XX secolo.

“Accusare e sedurre sembra essere il limite e la condanna di ogni movimento rivoluzionario che fa propria la ricetta dei convertitori – mi dice oggi Starobinski – che accusa e seduce per vedere riconosciuta l’adesione ad altri valori contrapposti, e mira a fare il vuoto nella coscienza dei propri destinatari”. Questa idea, nella nostra conversazione, ritma il tema della gratuità come resistenza culturale in un’epoca in cui la ragione pubblicitaria sembra assoggettare ogni linguaggio, rendendo gli uomini sempre più inconsapevoli, perduti e infelici. Una “resistenza” dovrebbe evitare, appunto, di ricadere nel tranello dell’accusa e della seduzione.

Insignito dai più prestigiosi riconoscimenti internazionali (in Italia il Premio Balzan, conferitogli dal presidente Pertini), Jean Starobinski è continuatore della scuola critica in larga parte ginevrina (Raymond, Poulet, Rousset) ma anche un grande innovatore. L’ampiezza e l’inedito taglio delle sue ricerche (che precedono quelle di Michel Foucault) sono forse dovuti alla laurea in Medicina che egli conseguì prima di quella in Lettere. Il “metodo” di Starobinski è quello accennato in una lettera dal celebre filologo Eric Auerbach, “qualcosa come la storia di una parola o l’interpretazione di un passo”; ed è la stessa passione dell’esplorazione linguistica che il romanziere Balzac attribuì al suo eroe Louis Lambert, comporre un libro “raccontando la vita e le avventure di una parola”. Entrambi gli esempi sono evocati dallo stesso Starobinski nella prefazione al suo ultimo grande libro, Azione e reazione. Via e avventura di una coppia (Einaudi 2001). Dopo avere indagato parole come “malinconia”, “libertà”, “ragione”, “sogno”, “trasparenza”, “azione-reazione”, eccetera, alcuni anni fa Jean Starobinski compiva un viaggio semantico, tra storia dell’arte e letteratura, nell’universo del “dono”.

Il libro si chiamava Largesse (dal latino largus, elargitio), ovvero liberalità, prodigalità (plurale: elargizioni). Il termine, non privo di ironia, designa quel dono “verticale” cui da sempre fanno uso le figure e le incarnazioni del Potere: cesari o imperatori, a volte mascherati da dea Fortuna, che “elargiscono” alla cieca a una folla demunita e osannante, indotta dal gesto di “larghezza” a guerre fratricide di poveri per contendersi qualche brandello di dono alimentare o pecuniario; mentre dall’alto, compiaciuti, i potenti osservano i tumulti da loro stessi indotti. Questo gesto, degenerazione dell’antica sparsio – dono sparpagliato e fluente come fiume, di cui la disseminazione di parole nel famoso Coup de dés di Mallarmé è caso particolare – fu già criticato e descritto nel De Beneficiis di Seneca, e variamente ripreso, tra gli altri, da Rousseau e da Baudelaire (le scene degli aristocratici che gettano pan di spezie ai poveri per godere del loro azzuffarsi). A pensarci, a quel gesto non sono estranee – e Starobinski non manca di richiamarne l’esempio – le corse ai buffet delle nostre occasioni mondane, o le nostre attuali lotterie.

Oggi Starobinski ritorna sul tema del dono proponendo un elemento che si contrappone polarmente al dono verticale, e forse non è neppure un dono: la condivisione. È la comunità ciò di cui mi parla, il dono di sé che sta all’origine di ogni socialità, di ogni associazione degli umani, e quindi della forma “Stato”, come insegnano le teorizzazioni liberali a partire da John Locke.

“Mi interessa la sovranità che si esprime nel dono inteso come gratuità e condivisione – dice Starobinski – opposta al dono perverso e fastoso. La carità, il dono di sé, opposta a quello che giunge dall’alto. È l’intesa umana ad instaurare la sovranità, una comunità, un’uguaglianza, in un postulato di similitudine e coesistenza.”

Dalla denuncia delle ambiguità insite nell’atto del donare – dal narcisismo sentimentale della carità all’estetizzazione della bontà, dall’imbroglio libertino al “dono nefasto” (mela di Eva o vaso di Pandora), o ancora il rovescio della medaglia connesso al dono, cioè la creazione di un obbligo (regalare si dice anche obbligare) – il viaggio semantico di Starobinski approda così alla nozione largamente politica di comunità. Dono, soprattutto nella lingua francese, si dice anche “presente”: ma sui problemi politici dell’oggi mi risponde in modo indiretto, per quanto di stretta attualità.

Mi parla del suo ultimo lavoro, il rifacimento di un’opera su Montesquieu la cui prima stesura risale al 1953, e che nella nuova forma vedrà presto la luce in italiano presso Einaudi. Montesquieu, è noto, è il filosofo che tra l’altro ci lasciò in eredità la tripartizione dei poteri nell’ordinamento repubblicano. “Di Montesquieu mi appassiona – dice Starobinski – la coraggiosa moderazione, la fermezza politica, il suo sistema di valori. La prima stesura di quest’opera uscì in anni influenzati dall’esistenzialismo. Resta un approfondimento dell’individuo Montesquieu, della sua struttura di pensiero, ma anche uno studio molto attuale su come riesca a conciliare il rispetto della varietà dei costumi e degli aspetti plurali della società con l’idea (già kantiana) che debba esserci una giustizia condivisa da tutti e una legge di natura; come conciliare, insomma, un certo relativismo culturale con l’esigenza del vero e del giusto…”

Oggi la gratuità, dicevo, è una forma di resistenza culturale. Non siamo in vendita è il titolo di un pamphlet, firmato da un buon numero di intellettuali, distribuito la primavera scorsa dall’Unità. Starobinski annuisce, sa che in Italia vige una supremazia politica e linguistica di “pubblicitari”, e mi richiama in proposito un altro suo libro in uscita, quasi un pamphlet, dal titolo Eloquenza e libertà, che raccoglie saggi sul problema del persuadere e del sedurre. E aggiunge: “Tutti i beni essenziali di cui godiamo, le ricchezze che ci fanno vivere comodamente, frutto del lavoro degli uomini, e la facilità con cui dominiamo le oppressioni della natura, i capricci del tempo o ad esempio le epidemie – non bastano a dare un senso alla vita. Ciò che ci permette di dominare la natura, di difenderci, è solo una strumentazione. Ma limitarci alla strumentazione dissolve il senso dell’esistenza, che nasce e sboccia nell’universo della gratuità, non nel circuito commerciale ed economico. Occorre costruire o scoprire il senso, e questo non accade nel mondo dei mezzi, dei calcoli e dell’utile. Una società che moltiplica le seduzioni pubblicitarie e i divertissement, incoraggia l’assurdo, produce noia e genera violenza, come quella degli stadi e i loro slogan. Ricchezza e potenza della società del benessere rendono l’uomo estremamente fragile, al punto di non avere più un’esistenza sensata, una ragione. Occorre essere razionali: occorre organizzare il tempo, la durata, non solo gli istanti privilegiati, di godimento”.

La mia ultima domanda, mèmore dell’”accusare e sedurre”, è: si deve resistere a tutto questo?

“Sì, si deve resistere, ma alla virtù dell’affermazione va affiancata la virtù dell’accoglienza. Il rischio è una cultura centrata solo su se stessa, monocentrica. Occorre, tra le specie in via di estinzione, salvare soprattutto il passato. È uno stato dell’uomo, una dimensione discorsiva ricca di differenze, e non deve uniformarsi nel mondo del calcolo e della pubblicità appiattito sul presente. L’infinita ricchezza spesa nel passato dall’umanità deve vivere, non essere inghiottita nelle ripetizioni del già noto”.

Anche il passato deve essere condiviso. La biografia di Starobinski, che a 82 anni continua a progettare libri (uno su Diderot, un altro su Baudelaire) è emblema di una reale condivisione: condivisione del sapere, invito alla conoscenza, al comprendere insieme.

(uscito su l’Unità, 4 settembre 2002)

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