H.P. L’ultimo autista di Lady Diana

  • Lidia Ravera (risvolto di copertina della prima edizione):

    «Gli urti della realtà generano percorsi imprevedibili, nell’anima degli scrittori. Beppe Sebaste lo è, uno scrittore. Possiede, cioè, una sensibilità perpetuamente all’erta, è un collezionista di dettagli, un filosofo cui la cultura non fa velo, uno capace di leggere il sotto-testo costante della vita, quel pullulare di storie non raccontate, da raccontare. Se scrive è perché sente la necessità di svelare una trama, invisibile ai più, che l’ha turbato fino a imporgli l’esercizio della letteratura. Gli è successo quando, nel Tunnel de l’Alma, a Parigi, un incidente d’auto opportuno e misterioso ha ucciso Lady Diana d’Inghilterra, Dodi Al Fayed, e il loro autista, il capo dei servizi di sicurezza del Ritz, Henri Paul. La trama, per così dire, esposta, era la tragica fine della principessa – su di lei tutti hanno pianto e commentato. Quella segreta era la fine utile di Henri Paul, anonimo lavoratore al servizio dei potenti, sul cui sangue s’è subito mentito, dicendolo ubriaco per spiegare il disastro e farlo espiare a lui, “capro” perfetto, figlio di gente comune, ammutolito dalla morte. “Scoprii dentro di me una sollecitazione e una simpatia verso la persona di Henri Paul, sola figura interamente, banalmente umana di quella tragedia divenuta gioco mondiale di tarocchi” scrive Sebaste, e la simpatia evolve fino ad una ricostruzione dell’identità dell’altro che diventa identificazione. Il libro racconta, così, due uomini, l’autore e il personaggio, soggetto e oggetto dell’indagine messa in moto dal più letterario di tutti i sentimenti: la compassione»

     

    Bernardo Bertolucci (presentazione LIX edizione Premio Strega):

    «La biografia di H.P. L’ultimo autista di Lady Diana è l’occasione per un flâneur parmigiano di navigare a vista attraverso la sua amata Parigi e la seduttiva cultura francese a cui sembra trasversalmente appartenere, con devozione e ironia. L’identificazione tra lo scrittore e il personaggio diventa così intensa che i due finiscono per confondersi. Questo libro sarebbe piaciuto a Simenon»

     

    Enzo Siciliano (pres. LIX edizione Premio Strega):

    «Il libro, sospeso fra cronaca, riflessione sulla medesima e diario, nutrito di una sottile e inventiva ironia, è un bell’esempio di romanzo rigenerato, un percorso d’anima e di mente fra le finzioni della vita e le possibili invenzioni della letteratura»

     

    (Umberto Eco, copertina edizione francese):

    «Dove la microstoria è più romanzesca di un romanzo»

     

    Enzo Di Mauro (Alias- il manifesto):

    «Una scrittura in assoluto tra le più romanzesche che si siano lette negli ultimi tempi» .

     

    Concita De Gregorio (la Repubblica):

    «Ci sono libri che dopo averti fatto ridere e piangere, pensare e ripensare, ti lasciano, alla fine, col desiderio di citofonare all’autore, per i più timidi andare a vivere sul suo pianerottolo e incontrarlo ogni tanto»

     

    Giancarlo De Cataldo, Il Messaggero:«Un viaggio romantico, allucinato, cristallino come una vetta tibetana, nella biografia di un uomo qualunque, uno che “superfluo come lui non c’era nessuno al mondo”» .

     

    Giuseppe Genna, I miserabili:

    «Se si desidera un esempio di supernarrativa contemporanea, profonda, energica, pura dissoluzione dell’io e investigazione della Storia e delle storie, si acquisti il recente straordinario libro di Beppe Sebaste, H. P. L’ultimo autista di Lady Diana».

     

    Ermanno Paccagnini, Corriere della Sera:

    «Sebaste opera una curiosa miscela strutturale tra la linea che dal Manzoni della Colonna infame porta a Sciascia, […] e con quella scrittura dal fondo etico e interrogante che mescida saggio e racconto nel segno della pietas; e la linea benjaminiana delle incessanti relazioni e associazioni […]» 

     

    Alessandro Zaccuri, Avvenire:

    «Se proprio si dovesse azzardare una definizione, insomma, H.P. potrebbe essere considerato come un esempio particolarmente efficace di quella convergenza fra letteratura e spiritualità – meglio, fra pratica letteraria e operazione spirituale – già perseguita dallo stesso Sebaste in libri come Porte senza porta (1997) e il più recente Tolbiac (2002).» 

  • “Il problema non è mentire, così come la soluzione non è la verità. Il problema è come ci si sente. Siamo quello che di noi vedono gli altri. Anche se sappiamo di essere altro. Ma non potendo descrivere la nostra esistenza, siamo condannati ad accettare le descrizioni degli altri – amici. Quelli che ci riflettono. Domanda: quand’è che una relazione si raffredda e poi muore? Quando qualcuno non si riconosce più nello sguardo che l’altra persona porta su di lui. Quando sentiamo di non appartenerci perché non riusciamo più ad immaginarci l’un l’altro, ma ci sentiamo altrove. Se l’amicizia può ancora sopportare questa distanza, l’amore di certo non sopravvive al freddo. Finchè non avremo di nuovo bisogno di un altro sguardo che ci lascia esistere, e così via, perché una cosa è certa, aneliamo ad essere guardati, compresi, contenuti. Contenti”