“Io non ho paura” (una notte alla Sapienza occupata)

Sì, ho passato un pezzo di notte, ieri, alla Sapienza, università di Roma 1. Oggi leggo le frasi agghiaccianti del primo ministro, che invocano sgomberi e polizia. Domani esce questo mio prudente resoconto su la Repubblica (edizione romana, che mi ha chiesto ieri, appunto, di andarci). Ma sulla questione vorrei esprimermi ancora, spero molto presto su l’Unità. Invito tutti a farlo. C’è bisogno di una grandissima solidarietà attiva. A me viene in mente come precedente un appello, “Contro la guerra all’intelligenza”, a cui qualche anno fa in Francia aderirono in una settimana centomila persone, tra cui i nomi più noti della cultura. Lottare contro la Legge 133 (la legge Gelmini-Tremonti che affossa scuole e università) è una lotta di civiltà. Intanto, vi anticipo questa piccola cronaca.

“Esplode l’indignazione / Noi la crisi non la paghiamo / Non fermerete i nostri desideri”, è scritto su un cartello all’ingresso della facoltà di Lettere della Sapienza. L’ho visto martedì, prima notte di occupazione. Guardo i bei volti di tante ragazze e ragazzi, l’eccitazione avvolta in una coltre di compostezza che mi colpisce, così come colpisce l’assenza di richiami ideologici. Ma “è la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo politica vera, i politici no”, mi dice Andrea, studente di Filosofia. E’ un “caos calmo”, bella formula dell’amico Sandro Veronesi. Che vuol dire intensità, e un misto di sentimenti: la consapevolezza della gravità storica, del rischio di insensatezza degli studi (e quindi della vita), e una speranza comunque di cambiamento, di incidere sulle cose, insomma sulla vita. E’ un occupazione costruttiva, che cerca la solidarietà dei docenti. Delusa invece dal neo rettore, di cui si ricordano le promesse a salvaguardia dell’università fatte in campagna elettorale.
“Siamo il contrario dei fannulloni”, dice Luca, terzo anno di Lettere. “Vogliamo studiare, vogliamo fare lezioni nelle piazze, all’aperto, anche notturne”. Un’università fuori orario. Alcuni professori hanno già dato la loro disponibilità. “Ma come si può continuare a studiare senza prospettive?”– si chiede Sabrina che studia Antropologia. “Già paghiamo di tasca nostra le ricerche sul campo per la Tesi. Io volevo fare ricerca. Ma che senso può avere per me ora, se i ricercatori stessi saranno di fatto aboliti?” “Tra poco mi laureo”, continua Luca, “non lotto per me, ma per la collettività, anche se l’assenza di futuro mi riguarda. Studio e lavoro in un centro commerciale come precario”. Spiegano che dall’aziendalizzazione di scuole e università, contro cui si protestava in passato (“Non siamo in vendita” era lo slogan), si passa alla privatizzazione vera e propria dei corsi di studio, o alla loro sparizione. La legge 133, cioè la finanziaria, contiene tre punti contro cui si incentra la protesta. Me li riepiloga un dottorando di ricerca: uno, il radicale taglio ai finanziamenti ordinari alle università – agli antipodi della retorica degli investimenti sulla formazione, i giovani, il sapere; due, l’interruzione del turn over, che permetteva ad esempio di assumere un precario per ogni due pensionamenti (ora ce ne vorranno cinque); tre, la trasformazione delle università in Fondazioni, che si suppone saranno in grado di aumentare e tasse e raccogliere al tempo stesso finanziamenti privati, che ovviamente orienteranno nella sostanza gli studi. Per questo, anche se le facoltà occupate sono quattro – Fisica, Chimica, Scienze politiche, Lettere – è in queste ultime che scelgo di fermarmi. Non solo perché mi identifico nella scelta degli studi umanistici, ma per sondare gli orizzonti dei coraggiosi o scriteriati che li scelgono oggi. Sono il maggior bersaglio di una politica finanziaria così miope da giudicare inutile il sapere.
Un’ultima assemblea per fare il punto, prima del riposo. Nell’aula-anfiteatro passa qualche birra. Quelli seduti alla cattedra sono i più stanchi. Parlano di “una grande situazione”, di “mobilitazione permanente”. “Siamo in tanti”. Ma occorre comunicare bene la protesta agli studenti che verranno al mattino: li accoglieranno con volantini e cornetti. Un’aula al pianoterra sarà l’info-point. Vogliono “far dilagare la mobilitazione”, trasformare le lezioni in assemblee”. Il taglio a scuole e università, dicono, è parte dello smantellamento di tutto ciò che è pubblico.
Il modello è la protesta che dilagò in Francia nel 2006 contro un progetto di legge del governo de Villepin. Determinante per la vittoria degli studenti fu la solidarietà del mondo del lavoro e dell’opinione pubblica. “Occorre dialogare con la città, coinvolgerla, uscire dalla cittadella accademica”, insiste Sara, mia guida tra le aule di Scienze politiche. E’ piena di energia. “Noi non difendiamo lo status quo, sia chiaro, volevamo una ristrutturazione, un rinnovamento dell’università, non la sua demolizione. Altro che investire, ora non vogliono neanche più farci esistere. Non so se l’anno prossimo saprò pagare le tasse, o se i miei studi saranno pilotati da un’azienda farmaceutica o un istituto privato che mi dirà cosa studiare”. L’università che si vorrebbe è uno spazio con maggiore socialità e più ore di apertura. Con l’occupazione è aperta 24 ore su 24, dicono con orgoglio. Quello che è certo, pensavo l’altra notte seduto su un muretto di fronte allo scalone e alle colonne bianche del Rettorato, quasi metafisiche nell’illuminazione notturna, è che un’università aperta la notte, abitata dagli studenti, è molto più bella di un’università disabitata e chiusa.
Guardavo gli studenti parlare, camminare, animare questo luogo che per una volta era un campus, e per una volta meritava il suo nome, “la Sapienza”. Da qualche parte sullo scalone trillava perfino un grillo superstite in questa fine d’ottobre, come rallegrato dall’atmosfera. Dalle aule di Lettere veniva ancora luce e musica. Sarà per il grillo festoso, sarà perché molti sono studenti di Lettere, mi veniva in mente Il gelsomino notturno, la sensuale poesia sulla fecondità di Pascoli. Da tanta calma eccitazione qualcosa ha da nascere, pensavo. Certo non prevedevo il brusco risveglio delle dichiarazioni l’indomani del primo ministro: “Manderemo la polizia”. Ho parlato con alcuni degli studenti allibiti: “Vogliono spazzarci via come la spazzatura di Napoli?”, ha detto una. “Noi non siamo violenti, violenta è la legge Gelmini-Tremonti”. Ma la risposta collettiva, la parola d’ordine, è come il titolo del libro di un altro noto scrittore. “Io non ho paura”. Mentre scrivo, la protesta non si ferma. Dilaga.