La palla

palla

Esperimento di lettura. Questo che segue è un breve racconto che fa parte di una raccolta che ho appena finito di mettere in ordine. So che sono strani, ma vorrei sapere meglio che effetto fanno …

 

 La palla

Nell’imminenza del prossimo trasloco guardo i miei libri, allineati su ripiani che coprono intere pareti.

Presto si trasformeranno in pile ordinate ma confuse dentro pesanti scatole di cartone, giorno dopo giorno più astratti e remoti (come tutte le altre cose, del resto) finché anche la loro immagine mentale sbiadirà e diventerà oblio. Non serve a nulla scrivere sulle scatole delle parole chiave per indicarne il contenuto: presto dimenticherò tutto. Non c’è niente di più bello di una casa vuota, liberata dai suoi oggetti.

Adesso però guardo i libri e, per la prima volta, dico a me stesso che molti di loro non li leggerò più. Perché tenerli, allora? Lo so, i libri hanno molte risurrezioni, alcuni vivranno nuove epifanie e vite parallele. Altri, pochissimi e mai più di uno alla volta, già durante la loro vacanza mi richiameranno da lontano con una specie di shining, un invito a riscoprirli. Sono quasi sempre libri inclassificabili, riposti in chissà quale scatola, e tanto vale ricomprarli, se non fosse che proprio questi libri sono non a caso fuori catalogo, introvabili in libreria.

Poi penso a quel desiderio leggero – nel senso che mi fece sentire leggero, quasi agile – di “lasciare tutto”, che provai in sogno prima di partire alcuni mesi per Calcutta. E mi viene in mente la storia della donna che perse di colpo la propria sofferenza psichica quando le scipparono la borsa: nel momento preciso in cui cessava di trattenere con le dita il manico della borsa, anche il suo dolore abbandonò la presa, e lei si liberò all’unisono e definitivamente di tutti i suoi fardelli.

Guardo dunque i libri che non leggerò più, i libri ingombranti che hanno saturato la mia mente con la loro sola esistenza, i libri di cui sono stato fiero e a cui ora non credo più, qualunque cosa voglia dire questa parola.

L’idea del superfluo riferito ai libri mi fa venire sempre in mente – sineddoche dell’intera biblioteca che lascerò prima o poi al deserto del mondo, compendio di questo nuovo sentire che è la distanza – un libro di filosofia intitolato Nietzsche contre Heidegger – verde, copertina banale, anzi triste, senza figure; un libro che anche tra i filosofi pochi conoscono e ancora meno possiedono, e che mi diede personalmente a Parigi l’autore, François Laruelle, quando avevo diciott’anni. Un libro che incuriosì un amico di Parma professore di filosofia e traduttore di Diderot, Andrea Calzolari, che mi venne a trovare a casa dei miei quando ero ancora liceale.

Forse già allora quel libro verde mi sembrava “inutile”, ma non avrei mai osato dirlo, né oso adesso. Non solo per rispetto all’idea (anche se falsa) secondo cui non esisterebbero libri inutili; ma perché nell’ambito della filosofia, della genuina avventura dello scrivere filosofia indipendentemente dall’esito, questa frase non funziona, il suo unico senso sarebbe quello di un ossimoro “performativo” (fa quello che dice, ma in senso inverso), essendo impossibile stabilire cosa sia inutile e cosa non lo sia, se non in funzione della propria imprevedibile biografia. Dove comincia l’inutile, se già con questa tua asserzione su un oggetto eserciti intelligenza, e grazie all’inutilità che gli attribuisci?

Escludo in realtà che quel libro sia inutile perché rievocandolo, semplicemente, ha fatto sorgere un ricordo.

Avevo passato i trent’anni quando a Parigi seguii una lezione seminariale di Monsieur Laruelle (di cui non avevo più avuto notizia) su “Ludwig Wittgenstein et la non-philosophie”, nell’ambito dello stesso Collège International de Philosophie in cui gli anni seguenti avrei insegnato anch’io. La “non-filosofia” era un’invenzione sua, di Laruelle.

La lezione si svolse nel severo e sontuoso Lycée Henri IV, accanto al Panthéon, intorno a un grandissimo tavolo in una sala dalle grandi finestre. Dalla mia posizione vedevo una delle finestre, e oltre il vetro vedevo salire saltuariamente una palla, di cui qualche secondo dopo – quando spariva alla vista lasciando vuoto il cielo bianco sporco sullo sfondo, sopra i tetti carta da zucchero nella bruma invernale – udivo il tonfo attutito in quello che doveva essere il cortile del Licée.

Sul quaderno, mischiati agli appunti sulla “non-filosofia”, scrivevo frasi sulla palla e sul suspens cadenzato del suo apparire e scomparire alla finestra. Mi rendo conto che in realtà ero forse l’unico a scrivere di “non-filosofia”, all’insaputa dello stesso Laruelle. Oltre a essere l’unico a vedere la palla.

Guardavo con apprensione la palla salire, poi fermarsi impercettibilmente per aria di fronte alla finestra – l’inquadratura di una palla contro il cielo bianco – prima di ricadere, mentre la voce di François Laruelle rimbalzava a sua volta tra enunciati logico-visionari e giochi linguistici (chissà cosa darei per ritrovare quegli appunti perduti). Ho il ricordo di avere individuato dei nessi tra i rimbalzi della palla e le epifanie logiche dell’autore delle Philosophical Investigations, delle continuità e discontinuità concettuali come in un fraseggio musicale, o addirittura una sintonia più elevata, un rispondersi, un conversare alto tra lo sparire e il riapparire delle parole e della palla, entrambe per lunghi attimi sospese in aria durante la lezione. Una comune suspence avvolgeva le traiettorie della palla che s’innalzava fino alla grande finestra e il sottile, fragile sentiero tra filosofia e “non-filosofia” del linguaggio, sul senso del dire e sul senso del senso, alla luce fioca della voce monocorde di Laruelle, e a quella della finestra sul cortile.

L’approdo di Laruelle all’autore del Tractatus, dopo i suoi saggi utili o inutili sul presunto conflitto tra Nietzsche e Heidegger (di moda negli anni ’70 e ’80), era stato già una sorpresa, come la fondazione di quella sua strana idea da Cappellaio matto, la “non-filosofia”. Ma in quel severo salone dal soffitto alto e le sedie di velluto, grazie alla palla che fuori dai vetri rimbalzava (non vidi mai dove), apparendo e scomparendo come ogni altra cosa della vita, idee comprese, io del filosofo aspirante “non-filosofo” François Laruelle conservo un bel ricordo, o semplicemente un ricordo, come se insieme a lui avessi giocato a palla, a chi la tira più in alto, a chi la fa rimbalzare più e meglio, a chi la prende al volo e a chi la manda più lontano, per gioco e nient’altro. Questo d’altronde è stata sempre per me la filosofia.