La sua patria, diceva, era ovunque ci fosse una macchina da scrivere. (Bozza di ricordo di George Steiner, mio prof a Ginevra)

C’è un bellissimo articolo di Wlodek Goldkorn oggi su Repubblica: “Steiner, l’eroe delle parole”. È il necrologio di George Steiner, novantenne scrittore, filosofo, professore di letteratura comparata, morto ieri, 3 febbraio 2020, a Cambridge, città universitaria che alternava a Ginevra, dove abitava e insegnava nel semestre d’inverno, e dove sono stato suo allievo negli anni ’80. Essendo uno che già si commuove per un nonnulla, figuriamoci quando muore l’ultimo dei miei insegnanti, diciamo pure maestri. L’ultimo di cui io possa dare testimonianza, ma anche l’ultimo a poter testimoniare un tratto della mia vita, una mia ligne de vie.

Cosa posso dire a caldo? Che aveva anche in aula, anzi soprattutto in aula durante lezioni e seminari, l’abitudine di passare da una lingua all’altra, come aveva imparato nella sua infanzia, con una madre che gli rivolgeva una frase in una lingua e la continuava in un’altra. Che gli piaceva rivolgersi a ognuno di noi, studenti e dottorandi di diversi Paesi, nella rispettiva lingua d’origine, creando un’immaginabile babele. E chissà se esiste ancora il ristorante vicino all’università dove ci invitava periodicamente a mangiare la paella.

Agli antipodi dell’atteggiamento austero di Jean Starobinski, Steiner con la sua passione e ironia a volte teatrali non era molto amato dagli accademici e titolari di cattedra a Ginevra, era uno a parte, un po’ come lo scrittore Michel Butor, altro meraviglioso insegnante (di letteratura francese) in quegli anni. Seguiva da vicino, tra le altre, la         letteratura italiana contemporanea, sulla quale lascio da parte commenti privati (ma mi piace ricordare che volesse un gran bene a Sergio Pautasso, squisito editor della Rizzoli; e non capiva invece quali fossero le doti e le ragioni del credito di cui godeva Alberto Bevilacqua nell’editoria e nelle lettere italiane).

In quegli anni aveva una passione contagiosa per Vita e destino di Vasilij Grossman, da poco tradotto, e si riteneva senza nessuna falsa modestia il continuatore di Walter Benjamin, anzi, il successore. E lo riconosco perfettamente, nella sua vocazione privata e pubblica alla letteratura, nella sua miscela di vanità e verità, nel midrash, il commento ebraico alle Sacre Scritture che Goldkorn cita nel suo articolo, e che Steiner amava ripetere: “Perché Dio creò Adamo? Perché voleva avere accanto qualcuno che gli raccontasse delle storie”. (Esistono altre analisi e prove teologico-filologiche a conferma di questa tesi, per esempio sulla creazione di Eva, staccatasi da Adamo per fargli giustamente da controparte narrativa, essere “con lui e contro di lui”… (v. Genesi, 3, 18; sulla comune radice di “opporsi” e “raccontare”: Beppe Sebaste, Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei, Feltrinelli 1997, p.216).

Il volto di George Steiner come lo ricordo io

Il volto di George Steiner come lo ricordo io

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