Beppe Sebaste dotcom 

Il Corriere della Sera - venerdì 4 luglio 2008
La vita in panchina
«Oggi stare in panchina è un'anomalia sociale. Per molti, che a stare in panchina provano imbarazzo, questa è l'immagine della provvisorietà, della precarietà, forse del declino. Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario di scendere in campo [...]Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. Ma tutte le panchine sembrano oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia) nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire».
Dopo una citazione come questa, non stupisce che l'ultimo libro di Beppe Sebaste, appena pubblicato da Laterza, si intitoli «Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne». Tra vita e letteratura, tra biografia e bibliografia, Sebaste rievoca le panchine di mezzo mondo, da Mosca a Zagarolo (come suona il titolo di un capitolo), dall'Austria di Thomas Bernhard e gli Stati Uniti di Paul Auster, ma con una particolare predilezione per Ginevra e Parigi. Eppure, in un libro così cosmopolita, anche Roma occupa una posizione privilegiata, con un susseguirsi di apparizioni spesso sorprendenti. Nato a Parma, trapiantato in Svizzera, l'autore si era già interessato della nostra capitale con il racconto «Roma. Sulle barricate di Tor Fiscale» (nel volume «Periferie», curato da Stefania Scateni sempre da Laterza). «Panchine» segna dunque un approfondimento e un ritorno, suggerendo una serie di variazioni sul tema.
Arricchito da alcune minuscole fotografie (quasi un omaggio all'uso delle immagini praticato dallo scrittore tedesco Winfried G. Sebald), il testo si apre con un ricordo delle panchine di Villa Borghese, Villa Sciarra, Villa Pamphili, Villa Torlonia, via Casilina Vecchia e piazza Cairoli, talvolta rievocate nei più minuti dettagli. E' il caso di quella, oggi scomparsa, che un tempo si trovava sulla sommità della Scale del Tamburino, in cima a via Dandolo. Un'altra zona prediletta riguarda il Cimitero degli Inglesi al Testaccio, detto Cimitero dei poeti o Cimitero Acattolico, accanto alle tombe di John Keats, Gregory Corso e Amelia Rosselli, ma vengono menzionati anche gli accoglienti sedili di via della Magliana, «semiperiferia romana non priva di dolcezza, dove si siedono anziani e immigrati».
Altrettanto appassionata è la scoperta di Ostia, di cui il libro trasmette il fascino discreto che emana dai nomi ammaliatori di certe strade: «Le panchine incantatrici — molte di legno, altre di marmo — di piazza Calipso, in fondo a via delle Oceanine, vicino a via delle Sirene, dopo via delle Nereidi e via delle Meduse». Ma Ostia è anche la città delle villette a schiera, dove qualche anno fa venne girata la fortunata fiction «Un medico in famiglia». Così Sebaste sperimenta una panchina dentro un residence privato, prima di trasferirsi sul suo esemplare preferito, quello accanto ai binari nella piccola stazione ferroviaria, dove «l'aria è saporita e la luce brilla più che altrove».
Che dire, poi, delle lunghe soste al Giardino degli Aranci sull'Aventino, all'Orto Botanico o a piazza San Cosimato? Curioso, leggero e meditativo, il libro esprime perfettamente lo spirito della collana di Laterza presso cui è apparso, intitolata appunto «Contromano». Infatti, quella che emerge dalle sue pagine, è davvero una Roma inversa e inattesa. Forse perciò l'incontro più felice avviene alle pendici del Gianicolo, quando il protagonista riflette sul dio latino che diede nome al monte. Dio dei solstizi e degli equinozi, dio degli inizi e delle iniziazioni, Giano gli appare come una sorta di nume buddista delle «porte senza porte», un dio dell'illuminazione capace di dissolvere i dualismi. Visto dalle panchine, colto nelle sue pause, il mondo appare diverso. E' questa la lezione di Sebaste, una lezione di prospettiva, che ci insegna a guardare il reale sotto un'angolatura defilata e sospesa.
Valerio Magrelli
La Repubblica - martedì 1 luglio 2008
Il mondo visto da una panchina
Il giro del mondo in (più) di 80 panchine. Si potrebbe riassumere così il contenuto, ricco e intrigante (e dotato di carica civile), del nuovo libro dello scrittore parmigiano (e collaboratore di Repubblica, del Venerdì, e di altre testate) Beppe Sebaste. Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza) è un libro-meditazione e un manifesto dell'otium, che arriva nel momento in cui i furori sicuritari percorrono questo nostro, a volte sciagurato, Paese e scuotono l'età liquida in cui viviamo. Ed ecco che le riflessioni di Sebaste (quale luogo migliore, infatti, di una panchina per meditare) ci invitano a prenderci il tempo di osservare la società a partire da uno degli spazi residui, non a caso sotto assedio, da cui potrebbero nascere forme di socialità casuali e, come tutte le cose inattese, «benedette».
Sebaste delinea una geografia urbana delle città, una geografia umana dei fruitori e degli utenti delle panchine e una topografia dell'anima. E lo fa utilizzando come «bussola» questo utensile gentile che è la panchina, pensata per i più deboli, che ne vengono troppe volte espropriati, dai prepotenti o, talora, persino dalle Amministrazioni, come in alcune città del Nord est che hanno deciso di individuare nell'incolpevole panca il capro espiatorio da sacrificare al Moloch (divinità davvero pagana) della sicurezza. Mentre alcuni Comuni emiliani, come Reggio Emilia, le moltiplicano, come ci racconta l'autore, riferendo di una passeggiata con un dirigente dell'Amministrazione locale, impegnata in una complicata battaglia per far vincere la «città pubblica» sull'«individualismo delle villette» (e sull'edilizia dei geometri e l'ottuso e stolido impero del mattone, non di rado infiltrato dalla malavita, che ha sfigurato e ferito la nostra piatta ma bella regione).
E poi le panchine di Parma, la città ducale, di Modena, e quelle della ricchissima e sciccosissima Ginevra, che dell'arredo urbano ha fatto da sempre il suo punto di forza (anche grazie alle «montagne di lingotti d'oro, stipati sotto il suolo dalle banche», come scrive Sebaste). E le panchine di Roma, sulle quali amava abbandonarsi uno dei profeti della beat generation, il Gregory Corso di Bomb. E, ancora, le panchine di Linosa, di San Terenzo in Liguria, del litorale laziale, della superba Mosca e quelle, che meritano un capitolo apposito, di Parigi. E c'è una panchina vicino alla tomba di Rainer Maria Rilke, nel prato vicino alla chiesa svizzera di Raron, un metaforico incontro, chissà, tra il poeta di lingua tedesca dalle straordinarie e irraggiungibili vette liriche e il bisogno, umanissimo, di ricercare un po' di sosta e di quiete. Panchine per riposare, meditare, leggere; panchine per continuare a vivere.
Un libro di letteratura (piacevole come molti titoli della collana Contromano di Laterza, cui appartiene), che è anche un elogio della tolleranza e del multi-culturalismo nella giusta accezione che, naturalmente, non è lassismo, ma è capacità di far convivere, rispettando le regole, persone e individui portatori di visioni del mondo diverse. Un libro gentile e civile e quindi, anche, delicatamente politico. Perché la politica comincia proprio da come ci si mette a sedere, insieme, su una panchina...
Massimiliano Panarari
tuttoLibri - sabato 31 maggio 2008
Io ti aspetto qui
Il signor Luis, la vittima, possiede un paio di scarpe gialle e invece di lavorare siede la mattina, in orario d'ufficio, su una panchina. Maigret che indaga sul caso, ordina a uno dei suoi collaboratori di andare a sedersi su quella panchina e di osservare la gente. Il commissario è un appassionato di panchine e sa che ogni sedile ha i suoi habitués che lo occupano nelle medesime ore del giorno. Una volta, chiacchierando con una mamma su una panchina nei giardini di Place d'Avers, mentre aspettava di andare dal dentista, egli ha scoperto senza volerlo le tracce di un assassino. L'ispettore incaricato di sedersi sulle panchine non capisce bene cosa vuole il suo capo. Chiede se deve fare una retata. No, gli risponde Maigret, siediti sulla panchina e attacca discorso con la gente che c'è lì. E dicendolo si capisce che avrebbe voluto essere al posto dell'ispettore.
Beppe Sebaste, che racconta la breve trama d'avvio di Maigret e l'uomo della panchina, nel suo libro Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza), aggiunge che anche Simenon, il padre di Maigret era un appassionato di panchine, capace di scrivere un romanzo all'aperto mentre aspettava la sua donna di turno che fa lo shopping lì vicino. Di certo nei romanzi di Simenon c'è un'attenzione alla vita quotidiana delle persone, ai volti, ai gesti, agli atti e alle manie che solo un appassionato di panchine, osservatore incallito, può possedere.
Su un'altra panchina di Parigi, città in cui le panchine hanno una presenza fondamentale, siedono i tre protagonisti di Come and go, il breve testo teatrale di Beckett del 1965: tre donne su una stretta panchina al centro della scena sotto una luce fioca. Parlano tra loro, a due a due, e sempre della terza, assente in quel momento. Anche Vladimiro ed Estragone, i protagonisti del più famoso testo dello scrittore irlandese, Aspettando Godot, si siedono su una panchina. Si tratta di una interpretazione registica, ma assai plausibile: il loro dialogo alla fine del mondo, comico e tragico insieme, può essere ambientato lì.
Le panchine descritte da Sebaste in questo racconto, che è anche una autobiografia e un breve trattato sul metodo, sono dei luoghi contemporaneamente dentro il mondo e fuori dal mondo: ponti e porte, interstizi, pieghe spazio-temporali, spazi magici, luoghi di sospensione. La panchina è un oggetto strano. Probabilmente è entrato nella nostra civiltà attraverso i giardini, una versione elaborata e differente della panca, per molto tempo l'unico strumento, con lo sgabello, di cui gli uomini disponevano per sedersi. Le sedie, almeno sino alla fine del Medioevo, erano infatti oggetti legati al potere e alla sacralità, riservate a re, imperatori e immagini sacre. Non è un caso che le sedie siano comparse solo nel XV secolo, in corrispondenza con il diffondersi dell'individualismo borghese. Le panche sono invece oggetti collettivi, composti da un piano orizzontale in legno e da quattro piedi; ci sono panche nei giardini romani, ma è solo con la nuova architettura dei giardini, a partire dal XVI e XVII secolo, che le panchine appaiono là dove l'otium si sostituisce al negotium, e la cultura dell'attesa, della contemplazione ha la meglio sui traffici, i commerci e gli scambi.
La panchina è lo strumento migliore per coltivare la «vita solitaria», e tuttavia la panchina è anche un oggetto collettivo. Questo doppio aspetto – singolarità e collettività – attraversa tutto il libro di Sebaste. La panchina consente, scrive, la massima invisibilità. Seduti lì si diventa di colpo un elemento del paesaggio, come se questo arredo pubblico avesse la proprietà di fare scomparire. L'uomo o la donna sulla panchina è chiunque, ma anche nessuno. La panchina consente la familiarità con lo sconosciuto, permette lo scambio verbale, anzi lo esige, per quanto a volte lo possa anche respingere. Seduti sulle panchine tutti noi somigliamo alle bianche sculture in gesso di Segal: anonimi eppure personali.
Sebaste sfrutta questa doppia identità della panchina, ne fa l'elemento d'ambiguità del suo racconto. La panchina è una macchina del tempo: lo fa perdere, che è, in modo paradossale, l'unico modo che abbiamo oggi per guadagnarlo. Isola di quiete e di pace, sulla panchina ci si bacia, si legge, si conversa, s'attende. L'attesa, poi, sembrerebbe lo scopo fondamentale della panchina: attesa di qualcuno o di qualcosa, sospensione temporale che è però anche uno stare nel tempo.
Oggetto ambivalente, compare in tantissimi film e romanzi: Edward Norton, il protagonista della Venticinquesima ora di Spike Lee, siede su una panchina in compagnia del suo cane nel suo ultimo giorno di libertà, malinconico e depresso; Marcovaldo agogna la panchina nell'omonimo racconto di Italo Calvino, spazio di solitudine dentro la città, ma anche oggetto conteso da tante differenti persone. E ancora, Woody Allen aspetta l'alba in compagnia di Diane Keaton sotto il Queensborough Bridge in Manhattan. Su una panchina siedono i primi due personaggi che compaiono in Il Maestro e Margherita, poco prima che il Diavolo in persona faccia la sua terribile comparsa; e con una panchina si apre Bouvard e Pécuchet di Flaubert, romanzo della «stupidità» moderna, ma anche Stan Laurel e Oliver Hardy, due grulli che abbiamo tanto amato, siedono sulle panchine in molte comiche.
L'elenco di Sebaste è lungo e dettagliato, ma non si tratta di un elenco inerte. Lo scrittore vuole mostrarci l'importanza della panchina in un momento in cui rischia, come succede in certe città del Nord Italia, di scomparire a seguito di ordinanze di sindaci, per paura degli immigrati, dei nomadi o delle bande giovanili che fanno di questo elemento architettonico il luogo preferito d'incontro e di sosta. La panchina per Sebaste è uno spazio liminare, eppure decisivo, una di quelle «realtà» apparentemente inutili, ma invece assolutamente decisive per la nostra stessa socialità. Senza le panchine, scrive, il mondo non sarebbe davvero più lo stesso.
Marco Belpoliti
Il Venerdì di Repubblica - venerdì 30 maggio 2008
Da Ginevra a Ravello, lode delle panchine. Dove perdere tempo, cioè guadagnarlo
L'inverno scorso l'Italia che va al cinema si è appassionata a Caos Calmo e alla singolare decisione di Pietro Paladini-Nanni Moretti di trascorrere il lutto per la morte della moglie sulla panchina di fronte alla scuola della figlia.
A fare ora l'elogio della panchina come «luogo segreto, nascosto nella sua evidenza», da cui guardare «il mondo e gli uomini affaccendati come un paesaggio» è Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza) dello scrittore e giornalista Beppe Sebaste. Un viaggio dell'anima che ripercorre luoghi geografici e citazioni letterarie, da Flaubert a Peter Handke, scegliendo le panchine come soglie su cui «perdere tempo, cioè guadagnarlo».
Da Ginevra a Ravello, da quella Parma brumosa dove è stato ragazzo alla Roma delle periferie, l'autore ci invita a trovare un antidoto alla «museificazione del mondo», alle «installazioni di oggetti» che riempiono gli spazi pubblici, riscoprendo il piacere di guardare senza fare. Un elogio dello stare fermi senza paura di sembrare sfaccendati, che di questi tempi risulta una boccata d'aria pura.
l.c.
Antonio Prete, recensione a Beppe Sebaste, Panchine, Laterza 2008 (uscito su L’immaginazione, n. 243, nov.-dic. 2008
E’ raro, e dunque prezioso, un libro che allo stesso tempo rappresenti di un oggetto, o di un tema, dimensioni e angolature e implicazioni estesissime e di quell’oggetto o tema faccia un’occasione perché il lettore possa viaggiare con la mente e interrogare nientemeno che se stesso e il proprio rapporto col mondo. Questo è il saggio-racconto Panchine di Beppe Sebaste, il cui sottotitolo (Come uscire dal mondo senza uscirne) dichiara l’implicito uso morale, cioè l’iscrizione del libro nella storia dei “manuali di filosofia della vita quotidiana”, come avrebbe detto il Leopardi traduttore del greco Epitteto. Il libro di Sebaste, dicendo di un oggetto la cui esistenza annoveriamo, senza ulteriore connotazione metafisica, tra le cose di pubblica utilità nonostante i periodici sussulti di infastiditi benpensanti che vorrebbero abolire le panchine o renderle impraticabili per ragazzi, clochards e stranieri), porta il lettore per città, paesaggi, parchi e strade e nel contempo pone domande essenziali sul rapporto tra la solitudine e la fantasticheria, tra il riposo e la meditazione, tra lo sguardo e la rêverie (“le bonheur d’une chambre”, diceva Pascal, e si potrebbe senz’altro attribuire quel “bonheur”, quella felicità, anche a una panchina). La panchina in questo bel libro diventa, nella variabilità delle forme e delle situazioni, un principio di unità tra il luogo, il pensiero e il sentimento: il leopardiano "sedendo e mirando" - dal quale scaturisce, come si sa, la più singolare odissea immaginativa e teoretica della poesia moderna, fino al naufragio del pensiero stesso dinanzi all’impossibilità di dire l’infinito - muove da una condizione che la panchina, nelle sue diverse ambientazioni, può replicare, o almeno sfiorare per contiguità. Il saggio di Sebaste ha un altro merito: fa prendere vita a un oggetto, e ci accorgiamo infatti che procedendo la descrizione si popola di presenze, di luoghi, di esperienze. E il libro diventa nello stesso tempo lo studio di un artista sulla forma-panchina e una nitida, a tratti confidenziale, narrazione autobiografica che evoca passaggi, luoghi, incontri, richiama insomma relazioni tra il cammino e l’orizzonte, tra il viaggio e la scena interiore. Uno scritto sulla panchina si trasforma in una sorta di fenomenologia della sosta, alla quale piano piano si accompagna, per così dire, una metafisica della divagazione. E la divagazione mentale non è separata, come si sa, dal viaggio del pensiero lungo le vie della conoscenza, dall’interrogazione sulla propria condizione e sul senso ultimo delle cose, sull’ordine e il disordine del mondo, sull’assurdo come fondamento del tutto e sull’impossibile come meta sempre negata della ricerca interiore e del desiderio. A un certo punto, quando il cammino del lettore è già inoltrato, la rievocazione ed enumerazione di panchine conosciute e frequentate dall’autore diventa il filo immaginativo per una breve storia della contemplazione, ma anche della leggerezza intesa come principio mentale, disposizione dell’animo, attitudine fantasticante. E a proposito di leggerezza viene in mente che una delle più ariose e insieme profonde rappresentazioni, anche filosofiche, della leggerezza, è quella che fa Leopardi nell’operetta Elogio degli uccelli, e che ha come situazione d’avvio appunto un uomo, un filosofo solitario, Amelio, che è "seduto", una mattina di primavera, "all’ombra di una sua casa in villa", e si mette ad ascoltare (da una panchina?) il canto delle creature dell’aria. E divagando, confortato dal tono e dallo stile di Sebaste, potrei qui ricordare che proprio quella leopardiana operetta avevo evocato recensendo molti anni fa il libro di Calvino Palomar. E la sua costante relazione con le Operette mi aveva confessato Calvino stesso rispondendomi in una lettera, prima di passare a scrivere appunto della leggerezza in una delle sue Lezioni americane. Che la (probabile) panchina di Amelio fosse all’origine di quella lezione? Lascio la risposta agli intenditori di Calvino e di panchine. Un’ultima annotazione, al margine: penso che molti lettori di questo libro possono a un certo punto trovarsi nella mia stessa condizione, che è quella di chi leggendo riconosce via via panchine che anche lui ha incontrato, luoghi che ha visitato, situazioni e fantasticherie che un tempo gli sono appartenute. Ma tutto questo lo rivede nel vivo di un altro sguardo, di un altro pensiero. E allora il libro si trasforma in una guida per andare a ritrovare quella parte di sé caduta nell’oblio o sfilacciata nella memoria.
FERNANDO ACITELLI (Il Messaggero, 25 agosto 2008) Recensione a PANCHINE. Come uscire dal mondo senza uscirne di Beppe Sebaste (Laterza, 9,50 euro).
Libro ricco, compiuto e che, purtroppo, finisce subito: 172 pagine di serenità e intelligenza. Ma tornare indietro è facile, basta ricordarsi in quale giardino di città si stava, su quale altura si era finiti, attorno a quale lago alpino eravamo giunti: l'anima di Walser o Sebald, naturalmente, a proteggerci d'intorno. Oppure le orme di Peter Handke, innalzatosi fin lassù, ben oltre “il peso del mondo”.
Le panchine non soltanto come “oggetti” di arredo urbano, ricami a giardini o a certi slarghi di promontorio ma come ulteriore possibilità di vita, luogo ove acquattarsi per meglio allineare pensieri, purificare sensazioni, sospendersi dalla realtà. Inoltre: la panchina come utopia dell'uguaglianza; nel sogno composto su una panchina la differenza tra povertà e ricchezza, sebbene per istanti, non esiste. L'imprecazione si può cogliere in una smorfia ed è lo scrittore a intuire cosa va componendo nella mente colui che gli sta sbracato di fronte. Percezione, lirismo: ed è in questa “resa dei conti” sul dettaglio, e dunque sull'assoluto, che Beppe Sebaste si svela: «C'è poi in Max Frisch e negli scrittori che amo - gli scrittori da panchina - un senso della vita che si esprime nelle minuzie (Dio è nei dettagli, si dice), nella descrizione scrupolosa dei gesti ordinari, carichi di una verità e di una esattezza che solo una voce o uno sguardo appartati, pacificati, estranei alla giostra dei valori dominanti, sanno vedere e dire».
Oltre che pensare, sulla panchina si osa l'atto “anarchico” della lettura e Sebaste cita allora lo scrittore Bichsel: «E' incontestabile che la lettura cambi il nostro rapporto con la realtà. Ma è anche risaputo che la nostra epoca considera ogni mutamento del rapporto con la realtà pericoloso per l'ordine costituito». Ma non tutti vedono le panchine: esse sono un sublime “scontato” anche per barboni e vagabondi ma va bene lo stesso, le costellazioni saranno comunque avvistate. Panchine di tutti i tipi e in tutti i luoghi: panchine letterarie - Thomas Bernhard in sanatorio accanto al nipote di Wittgenstein; e poi, ancora, nel romanzo Il Maestro e Margherita - e quelle quotidiane, dove si sostengono amicizie, affetti e si colgono improvvise assenze. Panchine italiane, europee, americane; panchine cinematografiche, musicali, panchine sognate, amorose.
Beppe Sebaste è un talento e infatti il suo proporsi è profondo ed elegante. Egli dispone di linguaggi, filosofie e paesaggi interiori ed è con essi che osa il pressing sulla vita. Chiude gli spazi, centralmente e sulle fasce, e nelle “ripartenze” è sublime. E i linguaggi, le occasioni, il “darsi del mondo” sono le apprese strategie su cui il talento, ovvero il dono naturale, deve poggiarsi per le sue esibizioni.

Beppe Sebaste, H.P. L'ultimo autista di Lady Diana. Einaudi-Stile libero, 2007.
Gli urti della realtà generano percorsi imprevedibili, nell'anima degli scrittori. Beppe Sebaste lo è, uno scrittore. Possiede, cioè, una sensibilità perpetuamente all’erta, è un collezionista di dettagli, un filosofo cui la cultura non fa velo, uno capace di leggere il sotto-testo costante della vita, quel pullulare di storie non raccontate, da raccontare. Se scrive è perché sente la necessità di svelare una trama, invisibile ai più, che l’ha turbato fino a imporgli l'esercizio della letteratura. Gli è successo quando, nel Tunnel de l'Alma, a Parigi, un incidente d'auto opportuno e misterioso ha ucciso Lady Diana d'Inghilterra, Dodi Al Fayed, e il loro autista, il capo dei servizi di sicurezza del Ritz, Henri Paul. La trama, per così dire, esposta, era la tragica fine della principessa - su di lei tutti hanno pianto e commentato. Quella segreta era la fine utile di Henri Paul, anonimo lavoratore al servizio dei potenti, sul cui sangue s'è subito mentito, dicendolo ubriaco per spiegare il disastro e farlo espiare a lui, "capro" perfetto, figlio di gente comune, ammutolito dalla morte. “Scoprii dentro di me una sollecitazione e una simpatia verso la persona di Henri Paul, sola figura interamente, banalmente umana di quella tragedia divenuta gioco mondiale di tarocchi” scrive Sebaste, e la simpatia evolve fino ad una ricostruzione dell’identità dell’altro che diventa identificazione. Il libro racconta, così, due uomini, l’autore e il personaggio, soggetto e oggetto dell'indagine messa in moto dal più letterario di tutti i sentimenti: la compassione.
Lidia Ravera (presentazione della prima edizione)
«Una scrittura in assoluto tra le piú romanzesche che si siano lette negli ultimi tempi» (Enzo Di Mauro, «Alias- il manifesto»).
«Ci sono libri che dopo averti fatto ridere e piangere, pensare e ripensare, ti lasciano, alla fine, col desiderio di citofonare all’autore, per i piú timidi andare a vivere sul suo pianerottolo e incontrarlo ogni tanto» (Concita De Gregorio, «la Repubblica»).
«Un viaggio romantico, allucinato, cristallino come una vetta tibetana, nella biografia di un uomo qualunque, uno che “superfluo come lui non c’era nessuno al mondo”» (Giancarlo De Cataldo, «Il Messaggero»).
«Se si desidera un esempio di supernarrativa contemporanea, profonda, energica, pura dissoluzione dell’io e investigazione della Storia e delle storie, si acquisti il recente straordinario libro di Beppe Sebaste, H. P. L’ultimo autista di Lady Diana» (Giuseppe Genna).
Per approfondire: leggi la recensione di GIUSEPPE GENNA .
Per approfondire: leggi la recensione di GIANCARLO DE CATALDO.
Per approfondire: leggi la recensione di ERMANNO PACCAGNINI.

Bernelli, Biondillo, Clementi, Lagioia, Montesano, Sebaste; a cura di Stefania Scateni, Periferie. Viaggio ai margini delle città. Laterza, 2006.
Beppe Sebaste dotcom 

Il Corriere della Sera - venerdì 4 luglio 2008
La vita in panchina
«Oggi stare in panchina è un'anomalia sociale. Per molti, che a stare in panchina provano imbarazzo, questa è l'immagine della provvisorietà, della precarietà, forse del declino. Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario di scendere in campo [...]Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. Ma tutte le panchine sembrano oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia) nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire».
Dopo una citazione come questa, non stupisce che l'ultimo libro di Beppe Sebaste, appena pubblicato da Laterza, si intitoli «Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne». Tra vita e letteratura, tra biografia e bibliografia, Sebaste rievoca le panchine di mezzo mondo, da Mosca a Zagarolo (come suona il titolo di un capitolo), dall'Austria di Thomas Bernhard e gli Stati Uniti di Paul Auster, ma con una particolare predilezione per Ginevra e Parigi. Eppure, in un libro così cosmopolita, anche Roma occupa una posizione privilegiata, con un susseguirsi di apparizioni spesso sorprendenti. Nato a Parma, trapiantato in Svizzera, l'autore si era già interessato della nostra capitale con il racconto «Roma. Sulle barricate di Tor Fiscale» (nel volume «Periferie», curato da Stefania Scateni sempre da Laterza). «Panchine» segna dunque un approfondimento e un ritorno, suggerendo una serie di variazioni sul tema.
Arricchito da alcune minuscole fotografie (quasi un omaggio all'uso delle immagini praticato dallo scrittore tedesco Winfried G. Sebald), il testo si apre con un ricordo delle panchine di Villa Borghese, Villa Sciarra, Villa Pamphili, Villa Torlonia, via Casilina Vecchia e piazza Cairoli, talvolta rievocate nei più minuti dettagli. E' il caso di quella, oggi scomparsa, che un tempo si trovava sulla sommità della Scale del Tamburino, in cima a via Dandolo. Un'altra zona prediletta riguarda il Cimitero degli Inglesi al Testaccio, detto Cimitero dei poeti o Cimitero Acattolico, accanto alle tombe di John Keats, Gregory Corso e Amelia Rosselli, ma vengono menzionati anche gli accoglienti sedili di via della Magliana, «semiperiferia romana non priva di dolcezza, dove si siedono anziani e immigrati».
Altrettanto appassionata è la scoperta di Ostia, di cui il libro trasmette il fascino discreto che emana dai nomi ammaliatori di certe strade: «Le panchine incantatrici — molte di legno, altre di marmo — di piazza Calipso, in fondo a via delle Oceanine, vicino a via delle Sirene, dopo via delle Nereidi e via delle Meduse». Ma Ostia è anche la città delle villette a schiera, dove qualche anno fa venne girata la fortunata fiction «Un medico in famiglia». Così Sebaste sperimenta una panchina dentro un residence privato, prima di trasferirsi sul suo esemplare preferito, quello accanto ai binari nella piccola stazione ferroviaria, dove «l'aria è saporita e la luce brilla più che altrove».
Che dire, poi, delle lunghe soste al Giardino degli Aranci sull'Aventino, all'Orto Botanico o a piazza San Cosimato? Curioso, leggero e meditativo, il libro esprime perfettamente lo spirito della collana di Laterza presso cui è apparso, intitolata appunto «Contromano». Infatti, quella che emerge dalle sue pagine, è davvero una Roma inversa e inattesa. Forse perciò l'incontro più felice avviene alle pendici del Gianicolo, quando il protagonista riflette sul dio latino che diede nome al monte. Dio dei solstizi e degli equinozi, dio degli inizi e delle iniziazioni, Giano gli appare come una sorta di nume buddista delle «porte senza porte», un dio dell'illuminazione capace di dissolvere i dualismi. Visto dalle panchine, colto nelle sue pause, il mondo appare diverso. E' questa la lezione di Sebaste, una lezione di prospettiva, che ci insegna a guardare il reale sotto un'angolatura defilata e sospesa.
Valerio Magrelli
La Repubblica - martedì 1 luglio 2008
Il mondo visto da una panchina
Il giro del mondo in (più) di 80 panchine. Si potrebbe riassumere così il contenuto, ricco e intrigante (e dotato di carica civile), del nuovo libro dello scrittore parmigiano (e collaboratore di Repubblica, del Venerdì, e di altre testate) Beppe Sebaste. Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza) è un libro-meditazione e un manifesto dell'otium, che arriva nel momento in cui i furori sicuritari percorrono questo nostro, a volte sciagurato, Paese e scuotono l'età liquida in cui viviamo. Ed ecco che le riflessioni di Sebaste (quale luogo migliore, infatti, di una panchina per meditare) ci invitano a prenderci il tempo di osservare la società a partire da uno degli spazi residui, non a caso sotto assedio, da cui potrebbero nascere forme di socialità casuali e, come tutte le cose inattese, «benedette».
Sebaste delinea una geografia urbana delle città, una geografia umana dei fruitori e degli utenti delle panchine e una topografia dell'anima. E lo fa utilizzando come «bussola» questo utensile gentile che è la panchina, pensata per i più deboli, che ne vengono troppe volte espropriati, dai prepotenti o, talora, persino dalle Amministrazioni, come in alcune città del Nord est che hanno deciso di individuare nell'incolpevole panca il capro espiatorio da sacrificare al Moloch (divinità davvero pagana) della sicurezza. Mentre alcuni Comuni emiliani, come Reggio Emilia, le moltiplicano, come ci racconta l'autore, riferendo di una passeggiata con un dirigente dell'Amministrazione locale, impegnata in una complicata battaglia per far vincere la «città pubblica» sull'«individualismo delle villette» (e sull'edilizia dei geometri e l'ottuso e stolido impero del mattone, non di rado infiltrato dalla malavita, che ha sfigurato e ferito la nostra piatta ma bella regione).
E poi le panchine di Parma, la città ducale, di Modena, e quelle della ricchissima e sciccosissima Ginevra, che dell'arredo urbano ha fatto da sempre il suo punto di forza (anche grazie alle «montagne di lingotti d'oro, stipati sotto il suolo dalle banche», come scrive Sebaste). E le panchine di Roma, sulle quali amava abbandonarsi uno dei profeti della beat generation, il Gregory Corso di Bomb. E, ancora, le panchine di Linosa, di San Terenzo in Liguria, del litorale laziale, della superba Mosca e quelle, che meritano un capitolo apposito, di Parigi. E c'è una panchina vicino alla tomba di Rainer Maria Rilke, nel prato vicino alla chiesa svizzera di Raron, un metaforico incontro, chissà, tra il poeta di lingua tedesca dalle straordinarie e irraggiungibili vette liriche e il bisogno, umanissimo, di ricercare un po' di sosta e di quiete. Panchine per riposare, meditare, leggere; panchine per continuare a vivere.
Un libro di letteratura (piacevole come molti titoli della collana Contromano di Laterza, cui appartiene), che è anche un elogio della tolleranza e del multi-culturalismo nella giusta accezione che, naturalmente, non è lassismo, ma è capacità di far convivere, rispettando le regole, persone e individui portatori di visioni del mondo diverse. Un libro gentile e civile e quindi, anche, delicatamente politico. Perché la politica comincia proprio da come ci si mette a sedere, insieme, su una panchina...
Massimiliano Panarari
tuttoLibri - sabato 31 maggio 2008
Io ti aspetto qui
Il signor Luis, la vittima, possiede un paio di scarpe gialle e invece di lavorare siede la mattina, in orario d'ufficio, su una panchina. Maigret che indaga sul caso, ordina a uno dei suoi collaboratori di andare a sedersi su quella panchina e di osservare la gente. Il commissario è un appassionato di panchine e sa che ogni sedile ha i suoi habitués che lo occupano nelle medesime ore del giorno. Una volta, chiacchierando con una mamma su una panchina nei giardini di Place d'Avers, mentre aspettava di andare dal dentista, egli ha scoperto senza volerlo le tracce di un assassino. L'ispettore incaricato di sedersi sulle panchine non capisce bene cosa vuole il suo capo. Chiede se deve fare una retata. No, gli risponde Maigret, siediti sulla panchina e attacca discorso con la gente che c'è lì. E dicendolo si capisce che avrebbe voluto essere al posto dell'ispettore.
Beppe Sebaste, che racconta la breve trama d'avvio di Maigret e l'uomo della panchina, nel suo libro Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza), aggiunge che anche Simenon, il padre di Maigret era un appassionato di panchine, capace di scrivere un romanzo all'aperto mentre aspettava la sua donna di turno che fa lo shopping lì vicino. Di certo nei romanzi di Simenon c'è un'attenzione alla vita quotidiana delle persone, ai volti, ai gesti, agli atti e alle manie che solo un appassionato di panchine, osservatore incallito, può possedere.
Su un'altra panchina di Parigi, città in cui le panchine hanno una presenza fondamentale, siedono i tre protagonisti di Come and go, il breve testo teatrale di Beckett del 1965: tre donne su una stretta panchina al centro della scena sotto una luce fioca. Parlano tra loro, a due a due, e sempre della terza, assente in quel momento. Anche Vladimiro ed Estragone, i protagonisti del più famoso testo dello scrittore irlandese, Aspettando Godot, si siedono su una panchina. Si tratta di una interpretazione registica, ma assai plausibile: il loro dialogo alla fine del mondo, comico e tragico insieme, può essere ambientato lì.
Le panchine descritte da Sebaste in questo racconto, che è anche una autobiografia e un breve trattato sul metodo, sono dei luoghi contemporaneamente dentro il mondo e fuori dal mondo: ponti e porte, interstizi, pieghe spazio-temporali, spazi magici, luoghi di sospensione. La panchina è un oggetto strano. Probabilmente è entrato nella nostra civiltà attraverso i giardini, una versione elaborata e differente della panca, per molto tempo l'unico strumento, con lo sgabello, di cui gli uomini disponevano per sedersi. Le sedie, almeno sino alla fine del Medioevo, erano infatti oggetti legati al potere e alla sacralità, riservate a re, imperatori e immagini sacre. Non è un caso che le sedie siano comparse solo nel XV secolo, in corrispondenza con il diffondersi dell'individualismo borghese. Le panche sono invece oggetti collettivi, composti da un piano orizzontale in legno e da quattro piedi; ci sono panche nei giardini romani, ma è solo con la nuova architettura dei giardini, a partire dal XVI e XVII secolo, che le panchine appaiono là dove l'otium si sostituisce al negotium, e la cultura dell'attesa, della contemplazione ha la meglio sui traffici, i commerci e gli scambi.
La panchina è lo strumento migliore per coltivare la «vita solitaria», e tuttavia la panchina è anche un oggetto collettivo. Questo doppio aspetto – singolarità e collettività – attraversa tutto il libro di Sebaste. La panchina consente, scrive, la massima invisibilità. Seduti lì si diventa di colpo un elemento del paesaggio, come se questo arredo pubblico avesse la proprietà di fare scomparire. L'uomo o la donna sulla panchina è chiunque, ma anche nessuno. La panchina consente la familiarità con lo sconosciuto, permette lo scambio verbale, anzi lo esige, per quanto a volte lo possa anche respingere. Seduti sulle panchine tutti noi somigliamo alle bianche sculture in gesso di Segal: anonimi eppure personali.
Sebaste sfrutta questa doppia identità della panchina, ne fa l'elemento d'ambiguità del suo racconto. La panchina è una macchina del tempo: lo fa perdere, che è, in modo paradossale, l'unico modo che abbiamo oggi per guadagnarlo. Isola di quiete e di pace, sulla panchina ci si bacia, si legge, si conversa, s'attende. L'attesa, poi, sembrerebbe lo scopo fondamentale della panchina: attesa di qualcuno o di qualcosa, sospensione temporale che è però anche uno stare nel tempo.
Oggetto ambivalente, compare in tantissimi film e romanzi: Edward Norton, il protagonista della Venticinquesima ora di Spike Lee, siede su una panchina in compagnia del suo cane nel suo ultimo giorno di libertà, malinconico e depresso; Marcovaldo agogna la panchina nell'omonimo racconto di Italo Calvino, spazio di solitudine dentro la città, ma anche oggetto conteso da tante differenti persone. E ancora, Woody Allen aspetta l'alba in compagnia di Diane Keaton sotto il Queensborough Bridge in Manhattan. Su una panchina siedono i primi due personaggi che compaiono in Il Maestro e Margherita, poco prima che il Diavolo in persona faccia la sua terribile comparsa; e con una panchina si apre Bouvard e Pécuchet di Flaubert, romanzo della «stupidità» moderna, ma anche Stan Laurel e Oliver Hardy, due grulli che abbiamo tanto amato, siedono sulle panchine in molte comiche.
L'elenco di Sebaste è lungo e dettagliato, ma non si tratta di un elenco inerte. Lo scrittore vuole mostrarci l'importanza della panchina in un momento in cui rischia, come succede in certe città del Nord Italia, di scomparire a seguito di ordinanze di sindaci, per paura degli immigrati, dei nomadi o delle bande giovanili che fanno di questo elemento architettonico il luogo preferito d'incontro e di sosta. La panchina per Sebaste è uno spazio liminare, eppure decisivo, una di quelle «realtà» apparentemente inutili, ma invece assolutamente decisive per la nostra stessa socialità. Senza le panchine, scrive, il mondo non sarebbe davvero più lo stesso.
Marco Belpoliti
Il Venerdì di Repubblica - venerdì 30 maggio 2008
Da Ginevra a Ravello, lode delle panchine. Dove perdere tempo, cioè guadagnarlo
L'inverno scorso l'Italia che va al cinema si è appassionata a Caos Calmo e alla singolare decisione di Pietro Paladini-Nanni Moretti di trascorrere il lutto per la morte della moglie sulla panchina di fronte alla scuola della figlia.
A fare ora l'elogio della panchina come «luogo segreto, nascosto nella sua evidenza», da cui guardare «il mondo e gli uomini affaccendati come un paesaggio» è Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza) dello scrittore e giornalista Beppe Sebaste. Un viaggio dell'anima che ripercorre luoghi geografici e citazioni letterarie, da Flaubert a Peter Handke, scegliendo le panchine come soglie su cui «perdere tempo, cioè guadagnarlo».
Da Ginevra a Ravello, da quella Parma brumosa dove è stato ragazzo alla Roma delle periferie, l'autore ci invita a trovare un antidoto alla «museificazione del mondo», alle «installazioni di oggetti» che riempiono gli spazi pubblici, riscoprendo il piacere di guardare senza fare. Un elogio dello stare fermi senza paura di sembrare sfaccendati, che di questi tempi risulta una boccata d'aria pura.
l.c.
Antonio Prete, recensione a Beppe Sebaste, Panchine, Laterza 2008 (uscito su L’immaginazione, n. 243, nov.-dic. 2008
E’ raro, e dunque prezioso, un libro che allo stesso tempo rappresenti di un oggetto, o di un tema, dimensioni e angolature e implicazioni estesissime e di quell’oggetto o tema faccia un’occasione perché il lettore possa viaggiare con la mente e interrogare nientemeno che se stesso e il proprio rapporto col mondo. Questo è il saggio-racconto Panchine di Beppe Sebaste, il cui sottotitolo (Come uscire dal mondo senza uscirne) dichiara l’implicito uso morale, cioè l’iscrizione del libro nella storia dei “manuali di filosofia della vita quotidiana”, come avrebbe detto il Leopardi traduttore del greco Epitteto. Il libro di Sebaste, dicendo di un oggetto la cui esistenza annoveriamo, senza ulteriore connotazione metafisica, tra le cose di pubblica utilità nonostante i periodici sussulti di infastiditi benpensanti che vorrebbero abolire le panchine o renderle impraticabili per ragazzi, clochards e stranieri), porta il lettore per città, paesaggi, parchi e strade e nel contempo pone domande essenziali sul rapporto tra la solitudine e la fantasticheria, tra il riposo e la meditazione, tra lo sguardo e la rêverie (“le bonheur d’une chambre”, diceva Pascal, e si potrebbe senz’altro attribuire quel “bonheur”, quella felicità, anche a una panchina). La panchina in questo bel libro diventa, nella variabilità delle forme e delle situazioni, un principio di unità tra il luogo, il pensiero e il sentimento: il leopardiano "sedendo e mirando" - dal quale scaturisce, come si sa, la più singolare odissea immaginativa e teoretica della poesia moderna, fino al naufragio del pensiero stesso dinanzi all’impossibilità di dire l’infinito - muove da una condizione che la panchina, nelle sue diverse ambientazioni, può replicare, o almeno sfiorare per contiguità. Il saggio di Sebaste ha un altro merito: fa prendere vita a un oggetto, e ci accorgiamo infatti che procedendo la descrizione si popola di presenze, di luoghi, di esperienze. E il libro diventa nello stesso tempo lo studio di un artista sulla forma-panchina e una nitida, a tratti confidenziale, narrazione autobiografica che evoca passaggi, luoghi, incontri, richiama insomma relazioni tra il cammino e l’orizzonte, tra il viaggio e la scena interiore. Uno scritto sulla panchina si trasforma in una sorta di fenomenologia della sosta, alla quale piano piano si accompagna, per così dire, una metafisica della divagazione. E la divagazione mentale non è separata, come si sa, dal viaggio del pensiero lungo le vie della conoscenza, dall’interrogazione sulla propria condizione e sul senso ultimo delle cose, sull’ordine e il disordine del mondo, sull’assurdo come fondamento del tutto e sull’impossibile come meta sempre negata della ricerca interiore e del desiderio. A un certo punto, quando il cammino del lettore è già inoltrato, la rievocazione ed enumerazione di panchine conosciute e frequentate dall’autore diventa il filo immaginativo per una breve storia della contemplazione, ma anche della leggerezza intesa come principio mentale, disposizione dell’animo, attitudine fantasticante. E a proposito di leggerezza viene in mente che una delle più ariose e insieme profonde rappresentazioni, anche filosofiche, della leggerezza, è quella che fa Leopardi nell’operetta Elogio degli uccelli, e che ha come situazione d’avvio appunto un uomo, un filosofo solitario, Amelio, che è "seduto", una mattina di primavera, "all’ombra di una sua casa in villa", e si mette ad ascoltare (da una panchina?) il canto delle creature dell’aria. E divagando, confortato dal tono e dallo stile di Sebaste, potrei qui ricordare che proprio quella leopardiana operetta avevo evocato recensendo molti anni fa il libro di Calvino Palomar. E la sua costante relazione con le Operette mi aveva confessato Calvino stesso rispondendomi in una lettera, prima di passare a scrivere appunto della leggerezza in una delle sue Lezioni americane. Che la (probabile) panchina di Amelio fosse all’origine di quella lezione? Lascio la risposta agli intenditori di Calvino e di panchine. Un’ultima annotazione, al margine: penso che molti lettori di questo libro possono a un certo punto trovarsi nella mia stessa condizione, che è quella di chi leggendo riconosce via via panchine che anche lui ha incontrato, luoghi che ha visitato, situazioni e fantasticherie che un tempo gli sono appartenute. Ma tutto questo lo rivede nel vivo di un altro sguardo, di un altro pensiero. E allora il libro si trasforma in una guida per andare a ritrovare quella parte di sé caduta nell’oblio o sfilacciata nella memoria.
FERNANDO ACITELLI (Il Messaggero, 25 agosto 2008) Recensione a PANCHINE. Come uscire dal mondo senza uscirne di Beppe Sebaste (Laterza, 9,50 euro).
Libro ricco, compiuto e che, purtroppo, finisce subito: 172 pagine di serenità e intelligenza. Ma tornare indietro è facile, basta ricordarsi in quale giardino di città si stava, su quale altura si era finiti, attorno a quale lago alpino eravamo giunti: l'anima di Walser o Sebald, naturalmente, a proteggerci d'intorno. Oppure le orme di Peter Handke, innalzatosi fin lassù, ben oltre “il peso del mondo”.
Le panchine non soltanto come “oggetti” di arredo urbano, ricami a giardini o a certi slarghi di promontorio ma come ulteriore possibilità di vita, luogo ove acquattarsi per meglio allineare pensieri, purificare sensazioni, sospendersi dalla realtà. Inoltre: la panchina come utopia dell'uguaglianza; nel sogno composto su una panchina la differenza tra povertà e ricchezza, sebbene per istanti, non esiste. L'imprecazione si può cogliere in una smorfia ed è lo scrittore a intuire cosa va componendo nella mente colui che gli sta sbracato di fronte. Percezione, lirismo: ed è in questa “resa dei conti” sul dettaglio, e dunque sull'assoluto, che Beppe Sebaste si svela: «C'è poi in Max Frisch e negli scrittori che amo - gli scrittori da panchina - un senso della vita che si esprime nelle minuzie (Dio è nei dettagli, si dice), nella descrizione scrupolosa dei gesti ordinari, carichi di una verità e di una esattezza che solo una voce o uno sguardo appartati, pacificati, estranei alla giostra dei valori dominanti, sanno vedere e dire».
Oltre che pensare, sulla panchina si osa l'atto “anarchico” della lettura e Sebaste cita allora lo scrittore Bichsel: «E' incontestabile che la lettura cambi il nostro rapporto con la realtà. Ma è anche risaputo che la nostra epoca considera ogni mutamento del rapporto con la realtà pericoloso per l'ordine costituito». Ma non tutti vedono le panchine: esse sono un sublime “scontato” anche per barboni e vagabondi ma va bene lo stesso, le costellazioni saranno comunque avvistate. Panchine di tutti i tipi e in tutti i luoghi: panchine letterarie - Thomas Bernhard in sanatorio accanto al nipote di Wittgenstein; e poi, ancora, nel romanzo Il Maestro e Margherita - e quelle quotidiane, dove si sostengono amicizie, affetti e si colgono improvvise assenze. Panchine italiane, europee, americane; panchine cinematografiche, musicali, panchine sognate, amorose.
Beppe Sebaste è un talento e infatti il suo proporsi è profondo ed elegante. Egli dispone di linguaggi, filosofie e paesaggi interiori ed è con essi che osa il pressing sulla vita. Chiude gli spazi, centralmente e sulle fasce, e nelle “ripartenze” è sublime. E i linguaggi, le occasioni, il “darsi del mondo” sono le apprese strategie su cui il talento, ovvero il dono naturale, deve poggiarsi per le sue esibizioni.

Beppe Sebaste, H.P. L'ultimo autista di Lady Diana. Einaudi-Stile libero, 2007.
Gli urti della realtà generano percorsi imprevedibili, nell'anima degli scrittori. Beppe Sebaste lo è, uno scrittore. Possiede, cioè, una sensibilità perpetuamente all’erta, è un collezionista di dettagli, un filosofo cui la cultura non fa velo, uno capace di leggere il sotto-testo costante della vita, quel pullulare di storie non raccontate, da raccontare. Se scrive è perché sente la necessità di svelare una trama, invisibile ai più, che l’ha turbato fino a imporgli l'esercizio della letteratura. Gli è successo quando, nel Tunnel de l'Alma, a Parigi, un incidente d'auto opportuno e misterioso ha ucciso Lady Diana d'Inghilterra, Dodi Al Fayed, e il loro autista, il capo dei servizi di sicurezza del Ritz, Henri Paul. La trama, per così dire, esposta, era la tragica fine della principessa - su di lei tutti hanno pianto e commentato. Quella segreta era la fine utile di Henri Paul, anonimo lavoratore al servizio dei potenti, sul cui sangue s'è subito mentito, dicendolo ubriaco per spiegare il disastro e farlo espiare a lui, "capro" perfetto, figlio di gente comune, ammutolito dalla morte. “Scoprii dentro di me una sollecitazione e una simpatia verso la persona di Henri Paul, sola figura interamente, banalmente umana di quella tragedia divenuta gioco mondiale di tarocchi” scrive Sebaste, e la simpatia evolve fino ad una ricostruzione dell’identità dell’altro che diventa identificazione. Il libro racconta, così, due uomini, l’autore e il personaggio, soggetto e oggetto dell'indagine messa in moto dal più letterario di tutti i sentimenti: la compassione.
Lidia Ravera (presentazione della prima edizione)
«Una scrittura in assoluto tra le piú romanzesche che si siano lette negli ultimi tempi» (Enzo Di Mauro, «Alias- il manifesto»).
«Ci sono libri che dopo averti fatto ridere e piangere, pensare e ripensare, ti lasciano, alla fine, col desiderio di citofonare all’autore, per i piú timidi andare a vivere sul suo pianerottolo e incontrarlo ogni tanto» (Concita De Gregorio, «la Repubblica»).
«Un viaggio romantico, allucinato, cristallino come una vetta tibetana, nella biografia di un uomo qualunque, uno che “superfluo come lui non c’era nessuno al mondo”» (Giancarlo De Cataldo, «Il Messaggero»).
«Se si desidera un esempio di supernarrativa contemporanea, profonda, energica, pura dissoluzione dell’io e investigazione della Storia e delle storie, si acquisti il recente straordinario libro di Beppe Sebaste, H. P. L’ultimo autista di Lady Diana» (Giuseppe Genna).
Per approfondire: leggi la recensione di GIUSEPPE GENNA .
Per approfondire: leggi la recensione di GIANCARLO DE CATALDO.
Per approfondire: leggi la recensione di ERMANNO PACCAGNINI.

Bernelli, Biondillo, Clementi, Lagioia, Montesano, Sebaste; a cura di Stefania Scateni, Periferie. Viaggio ai margini delle città. Laterza, 2006.
Dobbiamo fare presto, perché tutto sta scomparendo”. Così Cézanne, via Beppe Sebaste, il quale si aggira fra le baracche e le rovine piastrellate di Tor Fiscale, a Roma. Intanto Gianni Biondillo cerca di individuare la sagoma di una casa popolare vista in fotografia, e insegue una Milano che sembra scomparsa dall’immaginario. Poi c’è Giuseppe Montesano che percorrendo l’Asse Mediano di Napoli riflette sugli orrori della Periferia Totale, quindi Emidio Clementi che scopre come i vecchi quartieri popolari di Bologna siano diventati alla moda, spostando oltre l’idea di margine. E Silvio Bernelli che verifica come la periferia si sia spostata, a Torino, a pochi chilometri dal centro. Mentre Nicola Lagioia, nel racconto struggente di un ritorno a casa, intuisce che a Bari è fiorita una crosta di benessere foriera di angoscia. Questi gli scrittori di Periferie, l’antologia curata dalla giornalista Stefania Scateni sull’onda della rivolta parigina di un anno fa: un viaggio nelle banlieues italiane che i narratori hanno condotto in compagnia di altrettanti artisti: Annalisa Sonzogni, il Gruppo Underworld, Andrea Chiesi, Laura Palmieri, Botto&Bruno, Alessandro Piva. Da consigliare, specie a chi sostiene che il reportage d’autore sia morto.
Loredana Lipperini (articolo uscito sul Venerdì di Repubblica, 29/9/06)

Il pesce-scorpione / Nicolas Bouvier ; a cura di Beppe Sebaste. - Roma, Editori Laterza, 2006.
Uno scrittore si trascina sotto il sole soprannaturale che irradia le giornate tropicali dell’Isola, sospendendone l’esistenza in una lenta ripetizione di gesti e rituali che sembrano annullare lo scorrere del tempo. Solo e sofferente per amore nel cuore dello Sri Lanka, divide la sua stanza d’albergo con una macchina da scrivere malandata, un pesce-scorpione in una boccia di vetro, un serraglio di formiche, termiti e scorpioni che popola le sue ossessive fantasie. Un viaggio di struggente poesia nella psiche e nell’immaginazione. Un indimenticabile libro di culto.

Beppe Sebaste, Tolbiac. Baldini & Castoldi, Milano, 2002.
Il personaggio che racconta la storia è sulle tracce di un amico che si è improvvisamente dissolto come la polvere di un deserto. Detective dilettante, il narratore rivisita i luoghi cari all'amico e raccoglie le testimonianze di chi lo conosceva. In particolare, ripercorre il "Quaderno rosso" lasciato dallo scomparso: brogliaccio in cui si confondono vita, morte, sesso, illuminazioni, perdite, parole, amore, ritrovamenti, preghiere, risvegli. Il fatto che lo scomparso sia uno scrittore aumenta i giochi letterari, le storie, le ipotesi di cui il libro è disseminato.

Beppe Sebaste/Stefania Scateni, Non siamo in vendita. Voci contro il regime. Arcana, 2002.
Questo libro raccoglie le testimonianze di intellettuali e scrittori italiani e francesi sulla situazione del nostro paese e gli interrogativi nati attorno allo stato della democrazia dopo l'ascesa al potere del governo Berlusconi. Nell'occasione è stata coniata una nuova definizione la 'democratura cleptocratica' cioè 'dittatura democratica', che trova la sua forza e il suo movente nell'accumulazione e nella difesa delle ricchezze private di pochi. Il volume presenta i contributi originali di: Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Andrea Camilleri, Edoardo Sanguineti, Mario Luzi, Claudio Magris, Tiziano Scarpa, Erri De Luca, Jacqueline Risset, Beppe Sebaste, Enrico Palandri, Gina Lagorio.

Beppe Sebaste, Lettere & filosofia: poetica dell'epistolarità. Firenze, Alinea, 1998. (In appendice: Benjamin Constant e la posta celere: scrittura e destino nelle lettere a Madame de Charrière)

Beppe Sebaste, Porte senza porta : incontri con maestri contemporanei. Milano, Feltrinelli, 1997.
Raccolta di incontri-interviste coi maestri contemporanei, maestri di arti e mestieri, e di pensieri.

Le passeggiate del sognatore solitario / Jean-Jacques Rousseau ; traduzione e cura di Beppe Sebaste. Milano, Feltrinelli, 1996.
"Voglio dire subito che considero questo scritto, più ancora delle Confessions, l'opera più perturbante, più innovativa, più sperimentale e, infine, più gratuita (nel senso della grazia e del dono, se già non sono sinonimi) di Jean-Jacques Rousseau": così esordisce Beppe Sebaste nell'introdurre Le passeggiate del sognatore solitario. Questo libro di ricordi e meditazione, non di finzione, scritto dal filosofo ginevrino negli ultimi anni di vita e pubblicato postumo, è intriso di una sensibilità quasi patologica, estremamente moderna, ed è uno dei primi testi letterari in cui si faccia uso dell'aggettivo "romantico" in relazione al paesaggio, alla natura e al sentimento dell'esistenza. In queste passeggiate l'autore, autoesiliatosi dal mondo nella quiete agreste, si abbandona all'ebbrezza della confessione, della complazione, del sogno a occhi aperti. In fondo a questo itinerario, trova il sollievo dalla sofferenza psichica, l'apertura verso un altro orizzonte. Lascia così un autentico romanzo di "ecologia della mente" che trasforma il disagio del vivere in estasi e il tormentato groviglio delle emozioni in musicalità della prosa.
Beppe Sebaste, Niente di tutto questo mi appartiene. Feltrinelli, 1994.
Un "romanzo d'avventure" in forma di racconti, un visionario catalogo che descrive i molteplici mondi dentro il mondo: le illusioni, il viaggio, l'amore, il lavoro, la merce e la morte, i sogni e i risvegli, le sbronze, la lettura dei gialli... Un inventario di toni e circostanze, dal sentimentale al grottesco, dallo strampalato al devoto, per narrare come comportarsi. "Allora mi venne in mente una cosa. I Maestri parlano a volte con i discepoli seduti a gambe incrociate, svolgendo un insegnamento orale nella forma del mo-ndo, che in giapponese significa semplicemente 'domanda e risposta'. Le parole del Maestro giungono sotto-pelle, da cuore a cuore (o da mente a mente) a tutti, ma ognuno ha l'impressione che siano intimamente rivolte a lui stesso. ( ... ) E io quel giorno pensai questo: che il mondo, lui, è il mo-ndo, e il mo-ndo, a sua volta non è altro che il mondo. Che il mondo là fuori, le voci dei vicini, del cortile, della città vecchia, della televisione, era il mio mo-ndo, e il mo-ndo di ciascuno di noi." I Tre Moschettieri camminano sul lungomare deserto del mattino presto alla pacata ricerca di un caffè, il sole dell'alba dietro le loro spalle. Sembrano far parte di un film in bianco e nero, campo lungo, strada dritta e molto chiara, vestiti di scuro (li vediamo camminare da dietro). Le zanzare del risveglio hanno fatto loro effetto. Hanno un buon portamento, loro lo sanno che le illusioni sono come zanzare, e anche, forse, che le zanzare in fondo non sono altro che le nostre illusioni. Io e il mio amico, laureati in Estetica e con le ali ai piedi, ci imbarchiamo su una nave sotto la pioggia (fragore ovattato del porto, "il mare colore del vino", piano sequenza, poi qualche primo piano dei nostri volti sfatti - "pensa se ci vedesse il prof. A."). C'è sempre tempo per giungere a destinazione, e forse non è vero che laggiù c'è qualcuno che ci aspetta; abbiamo scoperto d'essere affetti da un morbo che si chiama scappamento, exalgia, l'esatto contrario della nostalgia: mal dell'andata, non mal del ritorno. ( ... ) 1 Due Replicanti hanno un tragitto molto frastagliato e ricco di colpi di scena. Non è facile seguire i loro movimenti. Poíché essi abitano il futuro e i mondi possibili, possiamo soltanto prevedere le loro azioni principali. Proprio come i fiumi, che scorrono forse paralleli ma comunicano nel corso della loro esistenza attraverso corsi d'acqua minori, rigagnoli o torrenti, i nostri personaggi non s'incontreranno mai prima di disperdersi, eppure è "impensabile che abbiano potuto esistere ognuno senza l'esistenza dell'altro".

Beppe Sebaste, Café Suisse e altri luoghi di sosta. Milano, Feltrinelli, 1992.
Il libro di Beppe Sebaste segue una via diversa da quella dei "nuovi narratori" a cui la stampa ha concesso attenzione in questi anni. Non la costruzione di trame che catturano, non il richiamo immediato a problemi d'attualità, ma la fedeltá al proprio tono e al proprio ritmo. Mi sembra che questo gli basti per riuscire a vedere qualcosa al di là delle parole. La scrittura è anche un modo di vivere, come la musica, l'ascolto delle parole e dei loro ritmi, che richiede ad ognuno il tempo e la capacità di placare le stimolazioni più imperiose dell'esteriorità. Proprio perché il libro di Sebaste non è un progetto a freddo, ma un modo di vivere in compagnia della scrittura, richiede una lettura che non corra avanti in cerca di spicciative rivelazioni, ma che riesca a raccogliersi nel presente assoluto delle parole che ascoltiamo per il loro tono e i loro ritmi. Una lettura fatta di momenti di calma. Il libro di Sebaste parla ininterrottamente del mondo che ci sta attorno, nei suoi aspetti più sensibili, meno astratti, attraverso l'ascolto e la visione. Sono tanti numerini d'un composito cabaret, che valgono come luoghi di sosta effettivi, cioè luoghi dove fermarsi sospesi nell'abbandono del momento. L'esigenza del libro di Sebaste è questa, che sia possibile trovare lo stato sospeso della visione nello scorrere della vita. In questo senso il suo tema di fondo ci riguarda tutti da vicino. E' la possibilità di abitare il mondo in cui viviamo senza sentirci in esilio, nel grande prodigio della sua (del mondo) esistenza.
Gianni Celati
Per approfondire: la recensione di ALFREDO GIULIANI.

Giorgio Messori/Beppe Sebaste, L'ultimo buco nell'acqua . Aelia Laelia Edizioni, Reggio Emilia, 1983.
È una raccolta di storie o prose brevi, scritte tra il '77 e l'81 dai due autori, e pubblicate ora senza distinzione di paternità. Quello che piace di questo libretto, lo si può dire subito succintamente, è la sistematica e delicatissima conversione di una scrittura tragica in qualche cosa di buffo. E per dar ragione più convincentemente della nostra simpatia (e del giudizio), descriviamo, come passaggi successivi, quello che ci sembra il movimento ideale e costante di queste prose.
Gli esordi cominciano sempre con una semplicità disarmante...