Propaganda (“Se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio”)

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Majakovskij (opera di Carlo Miccio)

Quando mi sono trovato per la prima volta in una sala coi muri ricoperti dai manifesti di “propaganda” di Carlo Miccio, dopo pochi istanti ho sorriso, sentendomi piacevolmente galleggiare in una strana dimensione. Come se una macchina del tempo mi avesse trasportato in un mondo parallelo.

Forse è proprio questa l’utopia, ho pensato, un luogo in cui si perviene con un duplice viaggio, uno spostamento simile alla mossa del cavallo negli scacchi: un salto all’indietro nel tempo – in questo mondo – e un salto di lato – in un mondo possibile, uno dei tanti, spesso desiderabili, di un’infinita pluralità “parallela”.

È un mondo di ossimori e di rovesciamenti, in cui le contraddizioni trasformate in sinonimi ci provocano beatitudine: la propaganda al servizio della bellezza, per esempio, e non il contrario. Un mondo a volte out of joint, fuori asse, nel senso non tanto di Shakespeare ma di Philip K. Dick, cioè letteralmente desiderante, fuori rotta, fuori dagli astri (desidera), ma dove “se accendono le stelle / vuol dire che qualcuno ne ha bisogno”. Un tempo fuori luogo, come titola un altro suo romanzo. Un mondo in cui l’immaginazione non è “al potere” (non c’è un regime di pubblicitari a farlo), ma è pura potenza, e concilia la vita con i sogni. Un mondo dove il comunismo non sacrifica né la bellezza né la poesia, dove forza e lavoro sono valori in sé ma senza profitto né guerra, un mondo senza moralismi, censure, omofobia; un mondo in cui nessuna generazione “ha dissipato i suoi poeti” e in cui nessuno ha suicidato Majakovskij.

Anche fare una poetica e un’estetica della propaganda è un paradosso, pur essendo l’arte che si fa propaganda e la propaganda che si fa arte un connubio molto antico. Ma è nel Novecento, con le sue guerre e i suoi futurismi, che il rapporto si fa più stretto e conflittuale, mentre nuovi esperti di ciò che si chiamerà “comunicazione”, come Walter Lippmann nel 1922 o Edward Bernays nel 1923, codificano la propaganda come tecnica di persuasione, anzi manipolazione della coscienza. Democrazia, spiega Bernays, significa che la nostra coscienza e percezione sono governate da altri, e “le nostre menti vengono modellate”. Figuriamoci quindi cosa significhi dittatura. Di fatto, la propaganda crea la realtà.

È infine singolare che io contribuisca adesso, maggio 2017, a far vedere e conoscere queste immagini e le associazioni di idee che mi hanno suscitato. Sono passati cento anni dalla Rivoluzione russa, da Lenin, dalla generazione che ha dissipato i suoi poeti, ma ne sono passati anche quaranta dalla morte della diciannovenne Giorgiana Masi a Roma, Trastevere, Ponte Garibaldi: colpita alla schiena dal proiettile di uno dei tanti poliziotti travestiti da manifestanti che sparavano ad altezza d’uomo, il 12 maggio 1977. Ministro dell’Interno, ricordiamo, era il celebre Cossiga (con la K), e la generazione di cui dissiparono i poeti era questa volta la mia, la nostra.

Giorgiana Masi era una di noi, di quella moltitudine gioiosa, qual mondo di individui qualsivoglia, non irregimentati, che ha reso quegli anni intorno al 1977 degli anni di carne, di passione, di creatività, di colori, di poesia, e non certo “di piombo” – come ancora purtroppo cronisti e storici troppo pigri continuano a chiamarli.

Che la macchina del tempo e dei mondi possibili decolli allora tra futurismo e nuovo realismo, e che la grafica sovietica, con un tocco di Malevic e tanto Rodchenko, incontri i muri del ’68 francese e le risate e i risotti del ’77 bolognese – così che anche la nostra generazione miracolosamente non dissipi alcun poeta. Che la propaganda non propaghi altro che humour, rivolta, passioni, arte, la fecondità del dubbio e dell’innamoramento, e soprattutto la felicità – per propagandare la quale non può che essere essa stessa felice.

 

Post Scriptum: Domenica 21 maggio, nella Stanza a Narni (Via del Campanile 13) all’inaugurazione della mostra “Propaganda” di Carlo Miccio, cui seguirà un reading di poesia – con la partecipazione tra gli altri di Marco Palladini e del suo poema La rivoluzione volante (da V. Majakovskij, e di Carlo Bordini col suo Poema a Trotsky – leggeremo anche questa poesia, che le “compagne femministe” nel 1977 dedicarono alla giovane Giorgiana Masi:

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