Sulle parole (pensieri disordinati in margine al “Dizionario affettivo della lingua italiana”)

Dunque, per le edizioni Fandango è uscito in questi giorni un Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi con Giorgio Vasta. Tra i quasi trecento narratori e/o poeti figuro anch’io, e mi è capitato di leggere la mia breve voce a Pordenonelegge, poco prima che dialogassi al ridotto del Teatro Verdi con lo scrittore olandese Arnon Grunberg. Quello di cui però mi rendo conto oggi, sfogliando questo libro (che mi suscita impressioni contrastanti, ma non è importante) è che ho completamente mancato il bersaglio, perché da quando mi avevano chiesto di aderire, al giorno in cui Matteo B. Bianchi mi ha chiamato per dirmi che si andava in stampa, e non avevo ancora mandato la mia “parola”, mi ero completamente dimenticato dell’aggettivo “affettivo” che connotava il dizionario. E così, mezz’ora prima di partire in vacanza, ho mandato la parola “Realtà”, a cui sono tutt’altro che affezionato. Credo che avessi in mente piuttosto il Sottisier di Flaubert, il suo “dizionario dei luoghi comuni”. Si legge infatti nel Dizionario, a mia firma:
Realtà: Parola vaga e dal senso ondivago, spesso confuso (la si traduce infatti più spesso con un gesto, il cui senso sarebbe, ostensivamente appunto, “tutto questo”, o anche: “le cose”, oppure: “quello che accade”, o anche: “i fatti”. Beninteso, “anche le allucinazioni sono fatti” (Louis Althusser, 1991). Vale anche come sinonimo convesso della parola concava “immaginazione” (gr. “phantasia”, da cui “fantasma”). Al singolare il significato odierno di realtà vale come: “un sogno senza sognatori” (v. “sogno”). Al plurale (da preferirsi), il suo impiego e significato valgono come sinonimo di storie (v. “storie”).
La parola “realtà” non è quella che mi piace di più. Nel mio Niente di tutto questo mi appartiene (1994) c’è un racconto, “Il mondo delle parole precise”, che dice il mio disagio e la mia ignoranza delle parole (non sapere e non trovare le parole delle cose, che è forse una delle ragioni per cui ho cominciato e continuato a scrivere delle frasi, cioè per bypassare e compensare le mie lacune). E in quello precedente, Café Suisse… (1992), trovo ora questa frase che avebbe dovuto e potuto orientarmi (il racconto è “L’infinito di Dante”, storia di uno strano fotografo): “… Quando vedo qualcosa che mi piace, un prato o una casa o degli alberi, allora scrivo: Gli alberi. Il prato. Poi dico: quale sarà il nome di questo albero? A me piace la parola gelso: ‘I rami dei gelsi sono scossi dal vento’. Ma potrei anche dire: ‘E’ una giornata limpida e cammino sulle strade dei gelsi con le scarpe da ginnastica che mi fanno sentire agile’…” ecc. ecc. Forse avrei dovuto scegliere la parola “gelso”, allora. Ma mi piace ancora? Sicuramente mi piace la parola “erba” (e mi viene in mente Corrado Costa: “se si scrive / lepre / non è detto se si scrive lepre che sarà una lepre / che correrà sull’erba / non è detto che ci sarà dell’erba se si scrive / erba erba erba erba erba erba erba”). Mi piace “cielo”, mi piace “celeste”, mi piace “nuvola”, mi piace un nome come “Sara”, e forse sono quelle le parole che ho usato di più. Ma quelle che userò? Mi piace molto anche “tette” e “culo”, se è per questo (devo controllare: sarebbe strano che nel Dizionario affettivo nessuno le avesse scelte, ma è verosimile). Adesso mi viene anche in mente che in un ironico libro di David Lodge sugli scrittori, c’è un romanziere che rimane assai frustrato nell’apprendere, grazie all’informatico inventore di un apposito programma, che la parola da lui più usata nei suoi romanzi è l’aggettivo “gonfio”…
In realtà a me piacciono le frasi, l’unità linguistica minima per me è la frase, non la singola parola. Le singole parole sono sempre manchevoli e mancanti ai miei occhi. Mi danno quasi ansia. Anche perché, confesso, spesso non le trovo, e mi trascino in un giro di parole. Amo le perifrasi, e infatti amo Robert Walser, amo le parole concave e a-referenziali, vuote di contenuto, almeno apparentemente. Le preposizioni. Oppure, ecco, la mia parola affettiva avrebbe dovuto e potuto essere “forse“, la parola più inutile, che pure è per me un utensile insostituibile, oltre che fonte di vertigine come il dubbio cartesiano o la preferenza negativa di Bartleby, capace di corrodere ogni presunzione affermativa o assertiva, ogni “c’è”, ogni das Gibt… Forse.
Invece, lo scorso luglio, mezz’ora prima di partire in vacanza, ho scritto “Realtà”, e va bene così. Infatti l’altra sera al teatro di Pordenone ho citato e letto, dialogando con Arnon Grunberg, alcune frasi del suo Il rifugiato che mi piacevano molto. Hanno a che fare con le parole: il personaggio è un ex scrittore a disagio con se stesso, con l’amore, con tutto, che non scrive più ma fa il traduttore di libretti d’istruzione. E’ inabile e stupito di fronte ai giochi (o atti) linguistici più semplici, i rituali quotidiani e ordinari, forse per eccesso di consapevolezza. A un certo punto pensa: “Le parole non rappresentano la realtà, sono il lubrificante con cui la realtà ti viene infilata nel sedere come una supposta”. Alla fine, è vero, tutto torna.