Talking blues & movies. Conversazione con Bernardo Bertolucci

Sono seduto con Bernardo Bertolucci nella sua casa dal soffitto alto e le pareti gialle e celesti. Parlare con lui è sempre una festa di parole, idee, poesie a memoria, e naturalmente tanto cinema. Mi è così familiare che dimentico di registrare. Ci siamo incontrati la prima volta negli anni ’90 a Salsomaggiore, alla festa buddhista del “Vezak” (compleanno del Buddha e della sua “illuminazione”), ma siamo diventati amici dopo il mio trasloco a Roma nello stesso quartiere. (E mi gonfiai come un pavone quando sentii alla radio che, presentando al Festival di Venezia il suo ultimo film, Dreamers, Bertolucci citava a memoria la frase di un mio racconto). Entrambi di Parma, faccio parte però della generazione che dovette aspettare il dissequestro per vedere Ultimo tango a Parigi.

Bernardo Bertolucci ha appena pubblicato un libro (“il libro che non sapevo di avere scritto”), La mia magnifica ossessione (Garzanti): ricordi e interventi scritti tra il 1962 e il 2010. Vi emergono a macchia di leopardo la sua opera e la sua vita, entrambe ricchissime. Parma, Roma, Parigi, il primo incontro con Pier Paolo Pasolini da adolescente, quando a via Carini a Roma gli aprì la porta e lo prese per un ladro, salvo l’esclamazione del padre Attilio: “Bernardo, non è un ladro, è un poeta!”. L’amore per Godard e la nouvelle vague, il processo dopo il sequestro di Ultimo tango a Parigi, osannato all’estero, la condanna e l’umiliazione di essere privato dei diritti civili, quindi del certificato elettorale nel 1976; l’epica di Novecento, gli Oscar con L’ultimo imperatore, ecc. Chi lo legge prova quello “sfarfallìo” evocato da Enrico Ghezzi alla presentazione del libro a Palazzo Farnese a Roma, un plusvalore poetico: le cose che sai già le riscopri come per la prima volta, quello che non sapevi è come se lo rileggessi. Mi accade chiacchierando con lui anche adesso.
Apro il libro a caso: “I colpevoli piaceri” è un elenco di film, da Il bacio della pantera (1932) a Speed (1994), da Biancaneve e i sette nani (1937) a Crash (1996) passando per Il piacere di Max Ophuls (1951) e La signora senza camelie di Michelangelo Antonioni (1953). Cosa significa?
“C’era una pagina della rivista americana Film Comment, cugino americano dei Cahiers du Cinéma, che si chiamava guilty pleasures, “colpevoli piaceri”: in ogni numero un regista elencava dei film che amava di nascosto. Non ricordo quali fossero i miei, ma i titoli che hai letto non sono “guilty pleasures”, ma film che amo davvero, alla luce del sole”.
Forse è perché i sensi di colpa non li hai, l’hai anche scritto: “non mi sento in colpa per quello che mi piace, praticamente è tutta la storia del cinema.”
“Non ci si può sentire colpevoli di amare Il piacere di Ophuls, è un capolavoro assoluto. Forse dovrei correggere: non sono film che mi sento colpevole di amare, ma che ho molto amato e sono spesso sconosciuti… Mi piace però che stai seduto davanti a me e sfogli il mio libro che non ho ancora letto (e non sapevo di aver scritto). Forse non l’ho letto per un banale senso di colpa: non sono uno scrittore. Lo sono diventato ufficialmente l’altro giorno a Palazzo Farnese, anche se entrare in quel paradiso per gli occhi mi ha tolto qualsiasi ombra”. Scherza sul privilegio di avere visto gli affreschi dei Carracci “in carrellata”, spinto sulla sedia a rotelle dalla moglie Clare Peploe: “Quando mi muovo vedo tutto in carrello, un po’ come nei miei film, dove le inquadrature sono sempre in movimento. Inutile parlare delle operazioni che ho avuto (sconsiglio a chiunque di farsi operare alla schiena). Ora sono seduto, ma non è detto che non possa tornare a camminare. Forse sono fermo perché ho deciso di essere fermo, non per una vera impossibilità. Non credo al destino, tutto ciò che ci accade è sempre in qualche modo escogitato da qualcosa (o qualcuno) dentro di noi, i nostri demoni. Forse mi sono fermato per non andare verso la vecchiaia, o verso la morte. Diciamo la verità, dove andiamo tutti?”
Sorride. Io continuo a sfogliare il libro: un testo in difesa di Antonioni, “Un film non è un libro”, replica alla stroncatura che fece Irene Bignardi di Al di là delle nuvole (“sentii che dovevo difenderlo, perché lui non era in grado di farlo da solo”). Nella pagina dopo il suo necrologio: Antonioni è morto lo stesso giorno di Ingmar Bergman, estate 2007: “La morte di Antonioni e di Bergman è una poetica e tragica coincidenza, pur non credendo al destino né tantomeno al libro del destino: due cineasti così vicini nel modo di raccontare l’interiorità delle persone hanno maturato insieme la loro morte. Si sono sincronizzati”.
Pensi che con loro si è spento un modo di raccontare?
“Hanno regalato al cinema il loro modo di raccontare, e questo rimane, non scomparirà mai. Quando mi chiedono che film mi piacciono, io vorrei rispondere che mi piacciono tutti, tutta la storia del cinema. Hélas, in questo momento ci sono molti film, ma pochissimo cinema. Fin dagli anni ’60 sognavo e pensavo al cinema come qualcosa in continuo progress. In tutti i miei film ci sono storie e personaggi, ma c’è anche il film che si interroga su che cos’è il cinema, e pensavo che questo fosse la presenza del cinema in un film, un continuo interrogarsi per andare avanti. Adesso che lo dico sento ancora di più che sono fermo: in questo momento forse faccio cinema, ma non faccio film” (sorride).
È la stessa cosa per la letteratura: ce n’è poca, anche se ci sono tanti libri – in gran parte romanzi modellati sulle sceneggiature di film senza cinema… Ma c’è un film messicano che abbiamo amato molto entrambi, che contiene ed espone cinema, La Battaglia nel cielo di Carlos Reygadas…
“È un film che va coraggiosamente verso abissi continui. Comincia con una lunga fellatio e finisce con una lunga fellatio. Una storia molto semplice e molto intima, cadenzata come una campana dall’alzabandiera fatta ogni giorno a Città del Messico da un plotone di militari, come un rito, lo spettacolo minaccioso del potere. È un film politicamente molto forte, con un modo nuovo di raccontare una storia, e che in Italia pochi hanno visto. Ma come può un giovane regista italiano fare il suo film senza aver visto La battaglia nel cielo? Per non parlare delle centinaia di film interessanti che non escono in Italia. I film sono tutti legati, è questa riproducibilità globale che è il cinema, tutto è interconnesso. Ho sempre lavorato pensando che in qualche modo mi arrivassero cose dal passato, da John Ford, da Renoir, da Godard certo, e che “la storia del cinema” sia un grande film le cui sequenze sono tutti i film che sono stati fatti, nel bene e nel male, nel bello e nel brutto, un lungo film che dura dalla prima sequenza dell’entrata del treno nella stazione fino a Avatar e a Film socialisme”.
Anche questo è uno “sfarfallìo”, come hai mostrato in Dreamers, un film sul desiderio di cinema.

“Sì, i tre ragazzi si incontrano alla Cinémathèque, la loro passione e il loro vizio è il cinema. Nella loro vita, nel momento in cui si chiudono nell’appartamento e non escono più, il cinema è continuamente presente. La visita al Louvre in Dreamers viene dalla visita al Louvre in Bande à part di Godard, e alla fine della corsa, come in una citazione vivente, i tre ragazzi guardano l’orologio e dicono: “abbiamo battuto Bande à part”. Non più solo il divertimento di fare la citazione a voce, ma di viverla e rappresentarla. L’idea del film era quella, dove poi si mescolava tutto, come avveniva nel ’68: il cinema, la politica, il privato”.
Continuo a sfogliare il libro: il 2007 è l’anno del tuo intervento per i “centoautori” su Repubblica, dove chiedi se sia ancora possibile oggi fare film come Salò o Novecento
“Ho detto poco tempo fa che in Italia siamo tutti demotivati. L’idea mi è venuta guardando la fine ingloriosa degli Italiani ai mondiali di calcio. Mi sembrava che il problema non fosse né il clima né la scelta dei giocatori né un errore di strategia, ma che la squadra fosse completamente demotivata, senza una ragione vera per cui giocare, per cui vincere. Lo vedo in me, ma anche guardandomi intorno vedo una sincera e penosa demotivazione. Perfino chi ha rovinato gli ultimi anni l’Italia con delle decisioni politiche, il governo, la maggioranza. Come può un ministro dire: “Ah!, se trovo quello che mi ha pagato la casa senza che io lo sapessi…!” C’è demotivazione anche in chi ruba. Con questo filtro negli occhi vedo demotivata anche l’opposizione, anche la sinistra estrema, che non c’è più. L’unico è Vendola, che infatti scrive anche poesie e così riesce a comunicare. Mi auguro che riesca a rendere più popolare il suo progetto”.
Il tuo intervento del 2007, perorazione a un progetto culturale e politico, è un appello all’utopia e all’immaginazione: “Se tutto questo è poesia, diamogli una possibilità di esistere”. Proseguiva il tema dei sognatori, Dreamers
“Quando abbiamo deciso quel titolo sapevamo che una parte del pubblico intende la parola “sognatori” quasi come insulto, ma l’ho chiamato così perché è la capacità di sognare quella che ci porta avanti, che il sogno sia realizzato oppure no. L’importante è sognare”.
Ti ricordi le critiche di “Le Monde” a Dreamers?
“Che era il film di un voyeur…”
Più esattamente, con parola medievale, che avevi uno sguardo troppo “concupiscente”. Ma il tuo voyeurismo o “concupiscenza” è uno sguardo estetico, il contrario dell’anestesia. Clare mi disse ridendo che tu sei “concupiscente” anche quando guardi una tazza di tè…
“Il fatto è che quando faccio un film mi innamoro dei protagonisti. I miei film sono dichiarazioni d’amore per i loro attori. Facendo Dreamers era quasi ovvio innamorarsi di quei tre ragazzi che insieme creavano una sensualità forte. L’articolo trasformava il film in un oggetto di “concupiscenza”: mi ha fatto tornare in mente l’arringa del Pm nel ’73 contro Ultimo tango. Sfiorava l’oscenità, con un linguaggio da confessionale, formule tipo “continui appuntamenti carnali”, “palesi sodomie”, che cercavano di fare del film un’opera pornografica. Era l’arringa ad essere pornografica. L’Italia è il risultato di anni di sguardo televisivo che porta all’anestetizzazione. E avere sottovalutato il conflitto di interessi che ne è la causa è stato l’errore più grave della sinistra italiana”. “Sì, il mio sguardo è innamorato delle cose, delle persone, di tutto. Come i tre fotogrammi della sequenza de L’ultimo imperatore che erano sulla copertina di Alias, l’altro giorno: il personaggio, prigioniero politico, è nel gabinetto della stazione e mette le mani nel lavandino, fa scorrere l’acqua calda e si taglia le vene. Il lavandino si riempie di sangue. E’ l’identica inquadratura del lavandino all’inizio di Dreamers. Là c’era il sangue, qui la pipì di Michael Pitt”.
Forse è l’innamorarsi e il fare innamorare il filo che lega il cinema, la letteratura, l’estetica e la politica. Di cosa sei innamorato adesso?
“In questo momento sono innamorato di un’orchidea, quella dietro di te”. La guardo, fiori bianchi con sottili ricami rossi, sembra finta. “E’ vera, ma sembra di stoffa, appunto. Quando facevamo film in interni veri, giravamo dal vero e volevamo segretamente che sembrasse girato in un teatro di posa, e quando giravamo in teatri di posa volevamo che tutto sembrasse vero. C’è sempre questo gioco del vero e del falso, del confonderli. Inseguivamo questa duplice scommessa. Quell’orchidea vera ti è sembrata finta, mi fa piacere. Dove la metterò quest’estate? Non so se posso portamela in giro come un cane o un gatto”.
“In verità vorrei fare una strana lezione di cinema a un piccolo gruppo di cinéphiles. Raccontare le mie esperienze cinematografiche, i miei incontri, la realtà che si trasforma in cinema. Userò due macchine da presa digitali, in questa stanza dove siamo adesso. Ho organizzato una troupe di 2 persone. Per tre volte ho deciso la data di inizio, e per tre volte l’ho cancellata. Girare o non girare? Muovermi o non muovermi?”

(conversazione uscita, con altro titolo, su Venerdì di Repubblica del 30 luglio 2010)