Tornare a casa (sui giovani terroristi e il bisogno di maestri)

banlieue

(Un breve articolo che avrei voluto offrire a un giornale, ma non so più a quale…)

Anni fa, quando abitavo a Parigi, di sabato poteva capitarmi, in qualunque quartiere del centro (ma il centro è grande come la città stessa, per chi vive nelle banlieue) di incrociare sui marciapiedi gruppi di ragazzi di fuori-città che spesso e volentieri sfidavano i passanti dando loro spallate (è successo anche a me) capace di farli stramazzare per terra. Era un gesto di pura avversione rivolto indiscriminatamente allo studente, al banchiere, al broker o al disoccupato, perché tutti erano (eravamo) gli “altri”, i privilegiati che abitano a Parigi, quelli da odiare, nemici virtuali.

“L’odio” (come nell’omonimo film) lo si toccava già con mano, ma era inconsapevole e disorganizzato. Veniva dall’emarginazione e dalla povertà, da una noia cupa, da una mancanza di ritrovi e quindi di senso narrativo dell’esistenza: nessun cinema, nessuna biblioteca, scuole dove è punitivo insegnare. La precarietà non è solo quella del lavoro, ma della vita intera che non sa e non può raccontarsi, né avere un senso, una prospettiva, una “carriera” – la famosa strada per i carri dove si aveva la rassicurante prospettiva di guardare indietro il cammino percorso, e avanti quello ancora da fare. Nel migliore dei casi, la disillusione è d’obbligo, poiché chi viene dalla banlieue ha meno delle metà di chance di trovare la propria strada. Come non ribellarsi a questa mancanza di orizzonti?

Ho letto le biografie dei giovani e giovanissimi aderenti all’esercito islamico e alla guerra santa, anche quelli che hanno ucciso a Parigi venerdì scorso. Ragazzi che hanno abbandonato le scuole, che sono stati abbandonati dalle scuole, abbandonati in realtà da tutto, e la cui rivolta a trecentosessanta gradi è, come ogni vera ribellione, la ricerca disperata di un’autorità da riconoscere. Ovvero di un maestro. Pochi hanno la fortuna di trovarlo. Ma loro, gli uccisori, un’autorità e un’appartenenza nitida e semplice alla fine l’hanno trovata. È nella fulgida disciplina di un esercito totalmente votato alla morte. In un’epoca in cui “pensare” è sentito dai più come sinonimo di essere tristi, dove il dubbio è vergognoso e solo conta ciò che vince sul mercato, la guerra assume un valore salvifico e vincente. L’Is insegna loro il confine rigoroso tra il bene e il male, vengono indicati dei nemici in base ai quali forgiare la propria identità. Si ha la meravigliosa sensazione di essere finalmente arrivati a casa, essere cioè tornati a se stessi. È la sciagurata parodia di quello che si vive quando si trova un maestro: diventare ciò che si è.

Non lasciamo la gestione dell’autorità, cioè dell’educazione, alla destra più retriva, il fascismo leghista o lepenista. Questi ragazzi del sedicente stato islamico, educati alla mitraglia e alla fede in un paradiso a portata di tritolo, vanno bombardati, sì, ma di educazione e di maestri. Vanno bombardati nelle loro case, nei loro quartieri e nelle loro scuole di periferia, aumentando il budget non della difesa ma dell’educazione nazionale, aumentando il numero non dei soldati ma degli insegnanti. Che andrebbero educati a loro volta a essere meno professori e più maestri. A non avere paura del dubbio, dei dubbi.

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