Un incontro con Derek Walcott, bounty poet

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Apprendo da un giornale mentre sono in viaggio la scomparsa di Derek Walcott e lo ricordo con commozione. Lo scorso dicembre, a Roma, dopo lo sgombero di Baobab, lessi una sua poesia in un reading organizzato dai Piccoli Maestri, prima del corteo in favore di profughi e migranti. Lontano da casa e dai miei libri, ritrovo nonostante la sparizione (mi auguro provvisoria) dell’archivio de l’Unità, la testimonianza del mio incontro con Derek Walcott che nel 2001 avvenne a Parma, la mia città in cui ero provvisoriamente tornato dopo una lunga assenza. Fu un incontro bello e intenso, di cui salvai qualcosa, soprattutto parole di Walcott, in un articolo che uscì su l’Unità il 9 luglio 2011. La data è importante: fu poco dopo il massacro di Genova al G8; ma anche a Parma, città governata allora da una destra molto ambigua, era appena stato chiuso un centro sociale o di accoglienza migranti, non ricordo bene. E Walcott, onorato dalla città, era un perfetto profugo e migrante.

 

walcott2Incontro con Derek Walcott, bounty poet 

Che effetto incontrare nella mia città, dove abito di nuovo da qualche tempo, quel volto che, in fotografia, sembra un vecchio pirata o un suonatore creolo di cuadros di una banda parang (i complessi folk di Trinidad che a Natale vanno di casa in casa, il cui nome viene da sbornia, baldoria).

Per quanto allergico a ogni esotismo, confesso di aver provato un rispetto carico di timore per questo abitante dell’Oceano capace come pochi di leggere Omero, Ovidio e Dante. Che sa anche senza la filologia che infinito è sinonimo di polvere, che l’oceano e il deserto si rispecchiano come due volti, che l’illimitatezza e la finitezza, la ricchezza e la sobrietà sono pure sinonimi, e portano lo stesso nome della “mitica” nave che si ammutinò: “Bounty”. Come bounty hunter, cacciatore di schiavi fuggiaschi, come “bounty boundless as the sea”, detto da Giulietta a Romeo, “ricchezza (d’amore) sconfinata come il mare”, e bounty, “dono” (come traduce l’ottimo Andrea Molesini) che è il titolo dell’ultima opera di Derek Walcott tradotto in italiano, poema elegiaco dedicato alla madre morta, e alla morte e basta, al conflitto della memoria con l’eterno presente di cui la poesia è paradossale testimonianza: “Perché la memoria è meno / del posto che vagheggia, da nessun luogo deriva la sua forma”; luogo che “con la beata indifferenza del ruscello che scorre”, insegna che “la beatitudine della corrente / contraddice la prosopopea della disperazione / con alcune scintillanti semplici cose, acqua, foglie, e aria, / che eccitano la dissoluzione pronta ad andare oltre la felicità”. O, come scrive il suo traduttore Molesini, “le nostalgie umane versus la pazienza del paesaggio”.

Bounty è ciò di cui il premio Nobel Derek Walcott è portatore tanto nel linguaggio che nel volto (due entità molto più identiche di quel che pensiamo). È sinonimo di creato, di testimonianza del creato, poiché bounty, come Dio, è in ogni dettaglio, è nel lungo lussureggiante elenco di esseri animali e piante caraibiche che sorgono nei suoi versi di pittore, “nel sole racchiuso in una sfera di rugiada cristallina “ come “nel parallelogramma di luce disteso sul pavimento della cucina”.

Ma, incontrandolo di persona, di Derek Walcott – “diarista di sabbia” – mi colpiscono soprattutto gli occhi azzurro chiaro e lo sguardo di bambino, cioè di poeta e nient’altro. È a Parma per qualche giorno, ospite nell’ambito delle stravaganti cosmopolitiche celebrazioni verdiane nel cui ambito si sono potuti vedere, tra l’altro, nella rara cornice dello splendido Teatro Farnese, due adattamenti da Shakespeare, la Tempesta e, in questi giorni, Come vi piace, con la gioiosa regia di Luigi Dall’Aglio. Per questo non mi stupisce che, all’inizio di parola, Walcott citi allegramente il Rigoletto (“anche se è una tragedia, l’ho vista con grande gioia”). E che, sollecitato a parlare della ricchezza multilinguistica delle Antille e della sua stessa opera, di lingue e culture minori, del creolo e dell’inglese, egli citi proprio la Tempesta come esempio paradigmatico: quando il mostro marino Caliban dice a Prospero di parlargli in qualunque lingua voglia, ché tanto, nella stessa lingua, lo potrà insultare. Così, dice Walcott, Shakespeare rende entrambi i personaggi poeti di pari livello, ognuno nella propria lingua.

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“La lingua – continua – ha in sé le proprie armi per difendersi dalla corruzione, e la corruzione stessa è una risorsa di vita, flessibilità e resistenza. Le lingue non muoiono, mai.” E a proposito del suo amico e “fratello” Iosif Brodskij, commosso cita la formula di Orazio, per dire che le parole, la trasmissione della poesia, è più duratura del bronzo. “Come la musica di Verdi”, dice con un sorriso.

L’autore antillese di Omeros, considerato da Brodskij stesso il più grande poeta di lingua inglese, deve la sua stessa esistenza di poeta alla risorsa di un uso minore, minoritario, della lingua maggiore (come per il tedesco di Kafka): è un lavoro di scavo all’interno della lingua, sua deterritorializzazione e riterritorializzazione in zone affrancate, dove essere esuli e stranieri è il prezzo per vivere liberi. Come negli arcipelaghi e le isole, è nello sconfinato mare in cui ogni vela può essere quella di Ulisse che prendono vita e forma nelle sue poesie. La Mappa del nuovo mondo – (titolo di una delle più belle poesie di Walcott) non è solo geografia, ma mappa della lingua e della poesia, della memoria e dell’immaginario.

“La memoria della lingua dei colonizzatori, scritta dagli ex-colonizzati, è forse una crisi. Ma questa presunta crisi, o dilemma, è ciò che permette di fare della buona letteratura, come è successo con l’inglese degli americani proprio dal fatto di non voler essere inglesi: ma è divenuto un inglese con un accento. Lo stesso si può dire per la letteratura ispano-americana che vive in Sud America”.

Il poeta delle Antille mi parla di Joyce, di Dante (che “scrisse la sua Commedia in dialetto”), Ovidio, tutti i campioni dell’esilio. “Ciò che muore in una lingua, in una cultura, in realtà rivive, fondendosi e rifondandosi con altri elementi”, commenta il poeta. Torna qui il significato di bounty, ricchezza e melodia: nell’arcipelago del suo mondo, “ogni isola pullula di lingue possibili, ovvero di melodie, e questa ricchezza e contaminazione è l’immagine più precisa del dono e della ricchezza, bounty cui attingere. Solo il fascismo impone un’unica lingua”.

Riscopro, mentre lo ascolto in questa Parma dove mi ritrovo io stesso sradicato e residente, l’identità che nella lingua francese sovrappone le isole (les îles) all’esilio (l’exil). È solo la nostra illusione a farci credere che l’Europa non sia un’isola, e che le isole siano quelle degli altri, pervase di desideri di avventura o di nostalgia di un mito. Mentre ascolto le sue frasi di inequivocabile critica alla globalizzazione, a qualche mese dall’allucinante del G8 di Genova (“i giovani hanno sempre ragione. Gli imperi culturali sono terribili e paragonabili agli altri imperi che abbiamo avuto, e depersonalizzano Paesi e individui con le loro astratte argomentazioni: i problemi vanno affrontati e risolti con un approccio personale”); e le sue ironiche decostruzioni delle origini della nostra cultura (“quelle che una volta si chiamavano superstizioni sono state poi dette miti; oggi, nelle mie isole caraibiche, quelle che chiamate superstizioni da voi le chiamate Classici”); e soprattutto mentre ascoltiamo il suo musicale, incantatorio reading di poesie, applaudito da una platea di giovani, ecco, si ha la conferma che l’esilio sia alla portata di tutti, come la poesia, come il racconto epico del mondo indipendentemente dalle forme e le etichette che possiamo dare alle opere.

Ascoltando Derek Walcott, il “negro rosso”, o negro giallo, che forse “non è nessuno oppure è una nazione”, rinasce la speranza, una speranza laica, comunitaria, e insieme religiosa. La politica della bellezza, la diffusione della poesia e della memoria come valore politico è uno degli aspetti della protesta da contrapporre alle astrazione dei ricchi e dei potenti della Terra. La trasmissione di questa bellezza durerà “più del bronzo” (più delle loro facce di bronzo, mi viene da pensare). O almeno durerà fino quando un uomo si commuoverà leggendo dei versi scritti da un altro uomo secoli prima.

Così Walcott, uomo di teatro, fondatore della compagnia Trinidad Theater Workshop, ci ricorda i motivi ispiratori della sua opera. Se “il teatro occidentale ha schiacciato le emozioni in una piccola scatola nera dove tutto agli spettatori è proibito, senza legame con la realtà, io penso alla realtà, a trasmettere memoria ed emozioni a quello spettatore ideale che è per me una donna normale, tutto il contrario di un critico: una donna nera, grassa, che sa ridere e piangere, anche se magari non sa leggere. Ma potrebbe anche essere bianca, italiana, e capace di provare le stesse emozioni…”