Un mare di sabbia. Douglas Adams e Giovanni Semerano (con un’intervista)

E’ solo per una serie di associazioni di idee (stavo leggendo Il salmone del dubbio del geniale e ahimè scomparso Douglas Adams, sulle similitudini e differenze tra la riconoscibilità della scrittura e la definizione di “vita” (sic!), quindi un discorso strabiliante sull’inconfutabilità dell’esistenza di un Dio artificiale (sic!), e quindi sulla storia della civiltà umana come storia della sabbia (da cui il vetro, le lenti – telescopio e microscopio – quindi il silicio e i computer…), che ho pensato con un guizzo al grande filologo, o meglio archeologo delle parole Giovanni Semerano, scomparso a Firenze il 21 luglio del 2005 (scrissi un necrologio il giorno dopo su l’Unità). E ho cercato, difficoltosamente, un’intervista che gli avevo fatto un anno prima, che inaugurò un’amicizia. Era per una serie di conversazioni di “ecologia del linguaggio” (purtroppo molto attuali), che chiamai  “parli come badi”, citando Totò secondo un suggerimento di Paolo Bagni (che inaugurò la serie). Trovo molto strano che non compaia nel mio sito: ve ne sono altre di quella serie (a Mario Lavagetto, a Sabina Guzzanti, a Paolo Bagni) ma misteriosamente non a Semerano. Il quale – per dirlo subito in breve – è colui che ha convolto la storia della filosofia in Occidente svelando il vero significato di àpeiron: non infinito, ma polvere. Non è la stessa cosa? 🙂  Sono indeciso se metterla nella nuova edizione de Il libro dei maestri (Porte senza porta rewind) che devo ormai consegnare… (Quanto a Douglas Adams, sì, cito nel libro qualche meraviglioso paragrafo del suo testo).
La conversazione con Giovanni Semerano che qui incollo uscì il 7 maggio 2004 su l’Unità, col titolo Un mare di sabbia. E capirete perché. Ah, scusate, non metto qui tutti  corsivi: il sistema non li copia, e rifarli a mano mi è troppo faticoso).

Un mare di sabbia. Incontro con l’archeologo delle parole Giovanni Semerano

In una bella strada alberata di Firenze, tranquilla e un po’ anonima, abita un altrettanto tranquillo studioso che per me, lo confesso, è una figura un po’ mitica. Parlo del filologo Giovanni Semerano, novantatrè anni compiuti lo scorso febbraio, già direttore della biblioteca nazionale di Firenze, allievo dell’ellenista Ettore Bignone (poi di Giorgio Pasquali, Giacomo Devoto, Bruno Migliorini e del semitologo Giuseppe Furlani). Perché mitico? Forse perché nel «mito», in effetti, i suoi studi sconfinano (in mancanza di una parola migliore per dire l’inizio, prima dell’inizio, delle lingue); o forse perché è rimasto tutta la vita ai margini, anzi fuori dai margini, delle istituzioni che valorizzano l’intelligenza, la ricerca e la loro trasmissione, come le università (i filosofi Massimo Cacciari e Emanuele Severino, lo storico Franco Cardini, il filologo Luciano Canfora hanno detto pubblicamente l’importanza dei suoi studi, anche se non pare si siano adoperati, oltre le lodi, per una sua viva presenza nell’insegnamento). Sarà infine per via dell’ammirazione incondizionata che nutro da quando li conosco per i suoi studi sull’origine di alcune parole decisive per la nostra formazione e identità culturali. In Semerano, come già per gli umanisti del ’400, la filologia si rivela chiave per smascherare pregiudizi, falsificazioni, saperi infondati e rendite accademiche. Estraneo alle virtuosistiche operazioni filosofiche del decostruzionismo» di Jacques Derrida e della sua scuola, Semerano ha tuttavia seriamente destabilizzato l’edificio della storia delle lingue e delle idee (forse l’intera metafisica occidentale), decostruendone alcune parole chiave. Una per tutte: àpeiron, al centro dello studio etimologico più eclatante di Giovanni Semerano.
Da Platone e Aristotele fino a Heidegger e oltre, àpeiron è stato tradotto «infinito », e invece significa «polvere» (innumerevole come i granelli di sabbia del deserto), capovolgendo il senso della celebre frase di Anassimandro fino ad oggi così tramandata – «l’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito » – in: «l’uomo è polvere e polvere tornerà». Perturbante, è il caso di dirlo. Non è un gioco di prestigio (verbale), né una proposta teorica: ma la semplice ricostruzione del significato di una parola, indagando oltre i limiti autoimpostisi dai cultori delle lingue antiche, fermi al mito fondatore di un ceppo linguistico indoeuropeo. Mostrando che il greco àpeiron traduce il semitico «apar» e l’accadico «eperu » (ebraico aphar), ovvero polvere, terra, fango («la tua discendenza sarà come ’afar, la polvere della terra», si legge in Genesi, 28, 14), Semerano ha restituito la coerenza spirituale che accomuna i filosofi della Ionia alle lingue della Mesopotamia, sottolineando l’incontro maggiore della storia delle idee, quello tra Oriente e Occidente (termini sempre relativi). Quello che conta, e di cui non è possibile rendere qui conto, è l’abbagliante evidenza di un’omogeneità culturale (religiosa, filosofica) che la sua scoperta produce, quasi a dimostrare ciò che a volte si sussurra: una fondamentale contiguità di tutte le (cosiddette) religioni del mondo. Eppure Semerano ha semplicemente praticato senza pregiudizi lo studio etimologico delle lingue, realizzando quella che per Ludwig Wittgenstein era la strada maestra del filosofare: «Noi riportiamo indietro le parole dal loro linguaggio metafisico al loro uso quotidiano». Basterebbe, questo pratico insegnamento, ai fini delle nostre conversazioni sull’ecologia del linguaggio.
Giovanni Semerano mi riceve dunque una domenica mattina col sorriso di una convinta benevolenza. Al centro del tavolo, accanto a pile ordinate di libri, troneggiano quelle che da sempre sono le sue letture preferite: i tre grossi volumi dell’accademia di Heidelberg dedicati alle etimologie accadiche, Akkadisches Handwosterbuch. Accanto, in uno scaffale, alcune delle opere di Semerano, come Le origini della cultura europea. Rivelazioni della linguistica storica (1984, ristampato nel 2002); Le origini della cultura europea. Vol. II. Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indeuropee. Tomo I: Dizionario della lingua greca; tomo II: Dizionario della lingua latina e di voci moderne (1994). Oltre, naturalmente, agli studi saggisticamente più accessibili pubblicati in questi ultimi anni: L’infinito: un equivoco millenario (2001) e Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua (2003). «Il libro che sto ora preparando – mi dice bonariamente – scompagina tutte le certezze e i piani linguistici. Mostra in modo palmare che l’indoeuropeo è un’invenzione priva di qualsiasi supporto storico. All’inizio delle mie ricerche erano tutti sconvolti. Quando dimostrai, per esempio, che il personaggio Phersu – dio dell’Averno, significa “fine”, nel suo originario significato discissione, divisione, parte, come nel babilonese persu (separazione), da cui ha origine parsu (diviso) e nel latino pars – e non, come si intestardirono a dire i nostri cultori di lingua, “maschera” nel senso del latino persona (maschera di cosa, poi?) non ebbero niente da ribattere. Se i nostri bravi cultori di lingua greca avessero avuto sentore che in Omero si parla a più riprese (nell’Iliade e nell’Odissea) di Phersu, come quando Ercole scende nell’Averno per trarne fuori il cane Cerbero strappandolo al suo padrone; se avessero, i nostri bravi cultori delle lingue antiche, pensato alla tomba degli Auguri a Tarquinia, dove nel grande gruppo pittorico campeggia al centro la figura di un uomo forte e ben piantato, armato di clava, con un avversario addobbato in modo farsesco, e al centro un cane; se i nostri cultori professionali di lingue avessero letto Omero non sarebbero incappati in quell’avventura. Non possono andare contro la verità della mia prospettiva storicizzata, evidente, e lo sanno». La ricostruzione del significato di Phersu è una dei contributi di Semerano nel libro sulla lingua degli Etruschi. Ma l’esito più importante delle sue ricerche è appunto mostrare l’inconsistenza dell’«indoeuropeo», categoria storiografica per dare, comunque sia, un’origine e un fondamento alle lingue (un po’ come si fa con la Storia, relegando in una «preistoria» vaga e fumosa quegli aspetti della storia dell’umanità che contrastano con le invarianti che rendono la civiltà degli antichi omogenea alla nostra – stanzialità, divisione del lavoro, rapporti gerarchici, divisione in classi ecc.). Una nota di Maria Felicia Iarossi, assistente e curatrice delle ultime opere di Semerano, descrive bene l’orizzonte storico- linguistico rivoluzionato dallo studioso. Il mitizzato rapporto delle lingue europee col sanscrito, lingua ufficiale dell’India, fin dal Settecento sancì questa parentela delle lingue (indiano-latino-persiano-germanico, secondo August Wilhelm Schlegel), esiliando dalla storia la vastissima area culturale delle lingue mesopotamiche e semitiche – con le civiltà sumera, accadica, babilonese – oggi al centro di nuova attenzione dopo la scoperta archeologica di Ebla, in Siria. Difficile non pensare che proprio queste culture, già ostracizzate in un diffuso, pregiudizievole “anti-semitismo” culturale (nel senso etimologico, della parola) sono quelle in questi anni dilaniate da guerre, o bombardate dal nostro impero occidentale; come se si volessero definitivamente cancellare quelle tracce che ci siamo ostinati a non leggere; o che, avendole «lette», le abbiamo ostinatamente tradite.
«L’indoeuropeo è un’astrazione» contro cui, mi dice Semerano, sta ora scrivendo un nuovo libro. «Chi conosce le mie opere, sia quelle storiche che quelle documentarie, del resto molto simili, sa la mia intuizione che circa 5000 anni di storia uniscono il nostro Occidente, l’Europa ancora incolta, al vicino Oriente. E il nesso tra i due mondi fu il grande condottiero che si chiamava Sargon. Dopo aver sbaragliato diversi eserciti che si opponevano alla sua marcia giunse al Mediterraneo, il “mare superiore”, e lavò le sue armi nel mare. Che cosa ci unisce a lui? Che cosa unisce la nostra umanità ancora in fieri con la sua? In una vecchia stele del 1000 circa a. C.,ma riportabile al 3000 a.C., così egli si presenta al suoi sudditi: “Sono Sargon, non conobbi mio padre, mia madre era una sacerdotessa,mi concepì,mi partorì, mi mise al mondo, mi pose su un fiume (l’Eufrate), il quale non mi sommerse, e fui portato alla dimora dell’innaffiatore Aqqi…”. La conclusione della storia, così come il resto, è la stessa di quella di Romolo e Remo, con tutti i particolari che collimano (fratelli che uccidono fratelli in una congiura di palazzo). Sargon, “re legittimo”, si traduce in etrusco Tarchon, da cui Tarquinia, “città dominatrice”». È un altro esempio del legame tra cultura accadica e pre-italica, o etrusca; soprattutto un altro degli effetti di riverbero tra culture considerate irrelate, mostratoci da Semerano a suggerire l’idea di una koiné, una comunità di storie, simboli e valori culturali tanto più ampia di quella vulgata dalla nostra tradizione eurocentrica e ariana.
La nostra conversazione («festa dell’intelligenza», come Cacciari definì le ricerche di Semerano) continua tra storie di parole e intrecci di sensi, tra l’accadico e l’etrusco, il greco e l’ebraico. Semerano racconta la sua vita di studi tra estimatori e detrattori, coloro che hanno innanzitutto difeso le loro poltrone accademiche. Giacomo Devoto, coautore del famoso Dizionario, gli scrisse lettere di compiacimento negli anni 1953-54, quando Semerano scese da Gorizia a Firenze per dirigere la Biblioteca Ricciardiana, dove conobbe il re di Svezia, studioso di archeologia. «A quel tempo Devoto pubblicava il suo libro sulle origini indoeuropee, dando per vere cose mai esistite. Raccontava degli Ittiti, li chiamava “le avanguardie bionde”, con un richiamo etnico – e avremmo conosciuto purtroppo nella nostra epoca cosa fossero queste avanguardie bionde… Quando Devoto lesse in un mio articolo che dissentivo dalle sue idee, con gli stessi argomenti che sviluppai negli anni successivi, egli si allarmò, ma rimase con me affettuoso e ammirato. A Roma – continua Semerano – mi trovavo spesso a conversare con Antonio Pugliese, maestro di Tullio De Mauro. Mi disse una volta: “caro Semerano, se ci togli l’indoeuropeo, che cosa dobbiamo raccontare a questi ragazzi?” Aldo Neppi Mòdona, che coordinava gli “Studi etruschi” con Pallottino, affacciandosi un giorno sul dizionario etrusco che stavo preparando, mentre si trovava da me a colazione, restò folgorato nel trovare quelle spiegazioni che non riuscì a farsi spiegare da nessuno dei suoi colleghi etruscologi all’estero, neppure da Ambros J. Pfiffig, ed esclamò che le mie schede etimologiche erano di una chiarezza cristallina».
Semerano ricorda la terribile alluvione di Firenze nel 1966, quando perse nell’Arno gran parte dei suoi libri, e soprattutto le centinaia di schede di lavoro. Era disperato, al punto che il figlio si gettò a nuoto nelle acque per cercare di salvarle. «Ho viaggiato pochissimo. Solo viaggi sui libri, sulle parole, senza bisogno di “andare a vedere”…».
Al soave studioso seduto al mio fianco sarei tentato di chiedere cosa pensi della situazione attuale del linguaggio, ma facendolo mi sembrerebbe di tradire l’evidenza delle sue risposte, che sono già tutte in quello che fa; perché ciò che fa è una fortissima resistenza culturale, una protesta vibrante nei confronti dell’oggi – dell’uccisione della memoria e dello svilimento della lingua.
«La lingua di oggi è un mare di sabbia – mi dice poi – sollecitato dagli apporti di tutte le lingue possibili». Ironizza, Semerano, sulle pagine culturali dei quotidiani maggiori, con le loro «notizie stravaganti». E poi: «la nostra lingua è una sabbia mobile», aggiunge. «Solo questo, questi studi, resteranno».

P.S. All’inizio del 2005 ricevetti la copia di La favola dell’indoeuropeo di Giovanni Semerano (a cura di Maria Felicia Iarossi, che qui saluto con affetto), edito come gli altri suoi libri da Bruno Mondadori. Fui sorpreso e commosso nel leggere a pag. 107 una dedica e un ringraziamento a Beppe Sebaste, “una personalità creativa e insonne…” (risparmio il resto).