Va’ dove ti porta il fulmine (Imparare dal boscimani)

Immagine di Walter De Maria da The Lightning Field

Immagine di Walter De Maria da The Lightning Field

Con questo titolo redazionale il 29 marzo scorso è uscita su Venerdì di Repubblica una mia lunga recensione al libro (bellissimo) di Laurens van der Post, antropologo e scrittore, uscito di recente da Adelphi. Mi sono dimenticato di postarla prima sul mio blog, e ci tengo a farlo. Anche perché il libro contiene riflessioni non solo molto attuali, ma anche molto utili per affrontare i temi ecologici e biopolitici che le menti più illuminate e generose del nostro pianeta stanno attualmente affrontando e offrendo. Leggere sui boscimani non è esotismo, ma ricerca di una possibile via d’uscita dalla catastrofe che incombe. In aggiunta, la prosa di Laurens van der Post è così tersa che, sono certo, è capace di insegnare  a scrivere a chi la legge.

cielo

Imparare dai boscimani

   Ne La grande cecità, lo scrittore indiano Amitav Gosh indica la responsabilità della distruttività umana, anche quella che ha la forma di mutamenti climatici e geologici, nella nostra incapacità di raccontare il mondo al di là dell’ombra gettata dall’umano, l’incapacità dell’uomo occidentale di raccontare un mondo senza “io”, capace di accogliere il sacro, l’anima, animale o vegetale che sia. Mi è tornato in mente leggendo la maestosa narrazione dello scrittore e antropologo sudafricano Laurens van der Post, Il cuore cacciatore, che rappresenta in modo esemplare un’epica nuova, come quella auspicata da Gosh. Van der Post non parla dell’India ma dell’Africa, e in particolare di quel grande deserto chiamato Kalahari – “Terra della Grande Sete” – in cui si sono rifugiati gli ultimi rappresentanti del meraviglioso popolo semi-preistorico dei boscimani, sterminato nei secoli e a rischio di estinzione: “probabilmente la più antica forma di vita umana rimasta sulla terra, senza la quale la nostra vita sarebbe più povera”. Il libro racconta essenzialmente un lento viaggio nel deserto a cui il narratore e i suoi compagni si abbandonano fino a desiderare, come noi lettori, che non finisca mai. Nel corso del viaggio osservano e imparano a rapportarsi con la natura, forse addirittura con l’universo, seguendo l’esempio dei boscimani, ma anche degli uccelli, delle antilopi, dei leoni, dei serpenti e di tutte le creature viventi che incontrano. Stelle e fulmini compresi. L’aspetto stesso della natura, la cui descrizione verbale si sforza di purificarsi di ogni inautenticità, è un insegnamento etico oltre che estetico. Come un cielo da cui la polvere è stata spazzata via e sembra congiungersi alla terra in un incontenibile atto di unione: “di fronte a tanto impegno della natura, i banali conflitti fra gli uomini sembravano una profanazione”.

Nella sua prosa limpida e vigorosa (il libro è splendidamente tradotto da Francesco Francis) sembra essere all’opera una rifondazione del linguaggio che getta ponti poetici tra le culture: il caldo del deserto è tale che “l’aria cominciò a colare come fosse vetro fuso”, il sole dà “l’allucinante sensazione di muoversi sulla superficie butterata di un qualche giallo deserto lunare”, il vento fa “vorticare la polvere in mulinelli dervisci”, e la sera i fuochi del bivacco nel deserto si alzano verso il cielo “in una spirale gotica protesa verso le stelle”, come una “cattedrale”. Mentre una leggiadra gazzella “se ne sta immobile e armoniosa come una statuetta etrusca”. Sono metafore che cavalcano due o più culture facendo coincidere magicamente le sfere del naturale e del culturale, e fanno così capire meglio anche la dedica del libro a Carl Gustav Jung, colui che introdusse la nozione di archetipo, ovvero il simbolo nell’inconscio collettivo dei popoli. Ma se volete un esempio di similitudine che sia davvero africana, ascoltate il ruggito del leone, il più bel suono del mondo secondo van der Post, che ascoltato dal giaciglio all’aperto nel deserto “sta al silenzio come una stella cadente sta all’oscurità della notte”.

L’incontro nel deserto con una famiglia di boscimani privi di tutto tranne arco, frecce e faretra, in cammino da giorni in direzione dei lampi e dei fulmini che hanno visto saettare nel cielo, è occasione per l’antropologo di ammirare la naturale compostezza con cui la notte preparano ripari e giacigli in una specie di buca nella sabbia, ognuno vicino al proprio fuoco, emanando con le loro incredibili privazioni un senso altrettanto incredibile di agio sontuoso. Quando ai fulmini, non solo i boscimani vanno ovunque vedano dei lampi, ma il ruolo dei fulmini è centrale nella vita di ogni creatura vivente del deserto. “In un certo senso era la luce delle loro vite, ciò che la bussola è per un marinaio in mezzo a una tempesta, o ciò che per noi è la fede”.

Tra i compagni di viaggio dell’autore il preferito è naturalmente il boscimano Dabé, una delle guide. I suoi aneddoti sono dei piccoli capolavori, come la descrizione del tasso del miele – cacciatore di serpenti, temuto perfino dai leoni – e del suo inseparabile amico, l’uccellino del miele che gli fa da guida e con cui il tasso divide equamente il bottino. Dabé è un “boscimano domestico”, e questa è la sua pena. Vivere con gli europei anche solo un breve periodo rende impossibile tornare a vivere nei loro villaggi d’origine. Ci sono pagine sul deserto e sullo strano influsso che esercita sulla mente dell’uomo europeo, come la storia del marinaio che si innamora senza più staccarsi del deserto sudafricano, come se gli permettesse di essere più marinaio di quanto il mare non l’avesse mai fatto. Il deserto può essere ogni sorta di cose per l’uomo, compreso il simbolo di ciò che gli uomini maggiormente rifiutano, “sorta di specchio luminoso nel quale vedono l’arido riflesso della loro essenza negata e ignorata”.

Una volta, racconta Laurens van der Post, a un congresso di scrittori europei qualcuno parlò con disprezzo dello scrittore Rider Haggard, autore di Le miniere di Re Salomone e altri bestseller ambientati in Africa. Van der Post lo difese scandalizzando gli intellettuali presenti. Sottolineò come Rider Haggard fosse stato “il primo ad accogliere l’africano nella fratellanza dell’immaginazione”, diversamente dagli scrittori europei che hanno perseverato nei loro cliché. Ma Van der Post colse l’occasione per un’apologia della meraviglia, che dovrebbe costituire il movente e l’esperienza maggiore di chi scrive: guardare l’essere umano e gli altri esseri viventi “con la stessa emozione che proviamo vedendo una stella sbucare a un tratto dall’oscurità per poi tornare all’oscurità”. Perché “solo una meravigliata reverenza di fronte alla vita può salvarci”, in Africa e non solo, “dalla disumanità e dal cataclisma di violenza che ci attende alla fine della strada che stiamo percorrendo oggi”.

ghepardo