Per Cathy, Blue blue and more

Sabato 6 settembre si inaugura nella Galleria Susanna Orlando a Pietrasanta la mostra di Cathy Josefowitz “Blue blue and more”… E’ un ritorno alle origini, perché Cathy a Pietrasanta ci ha vissuto, e da Susanna Orlando aveva fatto altre mostre nei primi anni ’90. Io c’ero. I quadri e i disegni esposti li ha scelti Cathy stessa nel mese di giugno, e sono lavori che aveva fatto nel suo atelier di Ginevra al ritorno da un viaggio in Tunisia. Tunisia era il nome del suo sogno di questi ultimi mesi, forse la sua metafora, il suo “viaggio”…
Non sono capace di dare notizie distaccate e obiettive. Quello che ho scritto per Cathy, senz’altro diverso da quello che le avevo promesso, si legge qui sotto, ed è nel catalogo della mostra. Andate (venite) a vederla. Ho già scritto su Cathy in precedenza, per esempio, qui. Ma potete guardare il suo sito, la sua bellissima galleria di dipinti: www.cathyjosefowitz.com
Cathy è la dolcissima madre di mio figlio Pierre. Cathy è andata in un altro mondo. Cathy è stata, in questo mondo, una meravigliosa coreografa e pittrice. Anche se ci siamo separati anni fa, Cathy è stata per me una compagna speciale e insostituibile. B. S.

Per Cathy, Blue blue and more

Ces jours qui te semblent vides
Et perdus pour l’univers
Ont des racines avides
Qui travaillent les déserts
[…]
Patience, patience,
Patience dans l’azur!
Chaque atome de silence
Est la chance d’un fruit mûr!
 
Paul Valéry
   Cara Cathy, da quando sei partita ho imparato di nuovo ad apprezzare il silenzio, così tanto che le frasi che mi vengono evaporano prima ancora che possa formularle. E’ questo il destino naturale delle parole, dissolversi come la musica a contatto dell’aria? Delle parole, della loro continua oscillazione tra suono e senso, in effetti hai sempre apprezzato più il primo del secondo, la loro sensualità più che la presunzione del significato, la disponibilità alla danza più che la pretesa di informare. I tuoi quadri insegnano che la disponibilità, non solo delle parole, è la virtù della pazienza – che è poi l’altro nome della passione. Pittura è quando la passione è convertita in pazienza – sentire e trattenere, trasformare e offrire – quella dimensione rituale, fisica e trascendentale con cui hai gioiosamente modellato il mondo e colorato la vita.
   E’ a questa tua pazienza che le mie parole anelano. E mentre ti guardo nuotare e volteggiare nell’azzurro, e vorrei toccarti ma non ci riesco, mi accorgo che le parole più belle le hai usate tu accompagnando una delle tue ultime tele: blue, blue and more.
 Quelle tre parole e mezzo potrebbero bastare. C’è tutto: l’avventura del colore, l’annuncio e l’auspicio del viaggio, il saluto, il tuo bellissimo sorriso. C’è il dancing & painting della tua vita intensa e infinita, ci sono i cieli in cui ti sei specchiata e che si sono riflessi nei tuoi quadri – quello della Tunisia, dell’India, di Ojai, di Pietrasanta… Il cielo che riflette la terra che riflette il cielo, padrecielo e madreterra, e in mezzo l’umano. C’è l’azzurro dell’amore e delle mani giunte che si rivolgono all’Altezza, a quella “pazienza nell’azzurro” che hai spiegato così bene poco prima di partire, guardando il cielo: “Sono molto più felice adesso che in passato, perché ho imparato a fare così (hai giunto le mani inchinando il capo) e ringraziare l’universo”.
Autoportrait
   Pochi giorni prima del tuo ultimo viaggio parlavamo ancora dell’azzurro, del rosa, del giallo, della luce della Tunisia, luogo reale e luogo dell’anima, metafora della pittura, simbolo da cui hai tratto altri simboli, come quello universale della Mano di Fatma, Fatima, la Madonna, ovvero Miriam, il Cinque, Khamsa, la quinta lettera dell’alfabeto ebraico, He (lettera usata anche per rappresentare il nome di Dio dicendo “il Nome”, Hashem, senza dire Dio, senza pronunciarne direttamente il nome) e così via. Avevi deciso di proseguire e celebrare a tuo modo quel proliferare labirintico di sensi che si traduce nelle fitte decorazioni, miniature e arabeschi dedicati alla Mano di Fatima, visibili nella tua amata Tunisia sulle porte delle case e sui monili delle donne. E scoprivamo che, anche senza saperlo, l’avevi già evocato e raffigurato da tempo nelle geometrie delle tue meravigliose Preghiere… 
   Le decorazioni che spostano e concentrano lo sguardo in un punto della superficie del visibile, nel mondo come nei tuoi quadri, sono altrettante preghiere nel mistero della vastità, minuscole e quasi impercettibili impronte nell’infinito. Sono lievi esalazioni dell’umano, sussurri, respiri, discontinuità nella costanza del colore, nell’apparente immobile monocromia del Divino – deserto o cielo che sia. Sono cammini e porte su cui bussare, bussare al paradiso dei colori – come nella voce azzurra del nostro Bob Dylan. Non si dice, in effetti, “creature celesti”? E l’aggettivo “celestiale”, sinonimo alto di spirituale, non dice forse la libertà di servire gli altri, il Creato, come i tuoi dipinti servono generosamente noi che li guardiamo e ci sollevano nel blue, and more?
“Pazienza nell’azzurro”, scriveva Paul Valéry
“L’aria è una radice”, diceva Jean Arp. 
Cose che tu hai mostrato spesso. 
 
   Adesso mi viene in mente che, senza cambiare argomento, senza discontinuità, il giorno che parlavamo di Fatma e della mano ci siamo messi a parlare della Sagan e del romanzo che stavi leggendo o rileggendo, Bonjour tristesse, la cui sonorità dolce e ironica ha nel titolo qualcosa di blu, e infatti si svolge nella Côte d’Azur, la costa azzurra. La sensualità del racconto ti ricordava la Versilia, la nostra golden age. Era il 21 giugno e, senza che lo sapessimo, era il compleanno di Françoise Sagan. Non so quale fosse allora, quale sia adesso, il filo (blu) di queste parole, se non la femminilità, l’azzurrità, la laboriosa pazienza di cui continuo a tessere la lode. Lode alla tua arte di tessere, disegnare e dipingere, comporre forme con ogni materia; ma anche di abitare e rendere gioiosamente abitabili le forme, costruire coi tuoi stessi quadri, le tele e i colori dei mondi da abitare, delle case, come i villaggi tunisini e le waving rooms di questa mostra. 
   Nella tradizione dei viaggiatori incantati, che immersi nell’immanenza e nel presente si ritrovano nell’Altezza e raccontano trascendentali avventure con beata meraviglia, tu ci racconti una Tunisia celeste e terrestre. Il modo migliore di ascoltarti è crederti, perché, come scriveva il tuo amato Boris Vian ne L’écume des jours, “tutto questo è vero perché l’ho immaginato fino in fondo”. E, se l’hai sognato, è perché l’hai vissuto fino in fondo.
   E noi altri che siamo ancora qui, che eravamo già tutt’occhi, che siamo tutt’orecchi, grazie a te diventiamo tutt’anima.


ENGLISH VERSION (by Laura-Maria Popoviciu)
  Dear Cathy, since you left, I have learned to appreciate the silence once again to such an extent that the phrases that come to my mind vanish long before I can formulate them. Is this the natural course of the words, to dissipate just like music when it reaches the air? Between the words and their continuous oscillation between sound and sense, you have always favoured the former to the latter, you preferred their sensuality to the presumption of the meaning, the willingness to dance to the pretention to inform. Your paintings teach that willingness, not only that of words, is the virtue of patience, which is another name for passion. Painting is when passion is converted to patience- to feel and to restrain, to transform and to offer- that ritual, physical and transcendental dimension with which you have joyfully modelled the world and coloured life.
   My words are longing for this patience. And while I watch you swim and circle the sky, and I long to touch you but I cannot, I realise that the most beautiful words that you used accompany one of your latest canvases: blue, blue and more.
 
   Those three words and a half could be enough. They seem to be everything: the adventure of colour, the announcement and auspices of a journey, the greeting, your most beautiful smile. It is the dancing and painting of your intense and infinite life, it is the sky in which you have mirrored yourself and which is reflected in your paintings- that of Tunisia, India, Ojai, Pietrasanta… The sky which reflects the earth which, in turn, reflects the sky, Father Sky and Mother Earth, and human beings in the middle. It is the blue of love and of the hands joined together which are raised up to the Highness, to that “patience of the blue sky” which you explained so well just before you left, watching the sky: ‘I am much happier now than I was in the past because I learned to do so (you joined your hands together and bowed your head) and to thank the universe.’


   A few days before your last journey we were still talking about the blue, the pink, the yellow, the light of Tunisia, a real place and a place of the soul, a metaphor of painting, a symbol from which you extracted other symbols such as that universal one of the Hand of Fatima, Fatima, the Madonna or Miriam, the Fifth, Khamsa, the fifth letter of the Hebrew alphabet, He (letter also used to represent the name of God saying “Name”, Hashem, without saying God, without pronouncing directly the name), and so on. You had decided to continue and celebrate at your own convenience that labyrinthine proliferation of senses which translates itself into the elaborate decorations, miniatures and arabesques dedicated to the Hand of Fatima, visible on the doors of the houses and on the necklaces of the women from your beloved Tunisia. And we discovered that, even without knowing it, you had already evoked and represented it for a long time in the geometries of your marvellous Prières.
   In the world as much as in your paintings, the decorations which shift and  concentrate the look on one focal point of the visible surface are prayers in the mystery of vastitude, minuscule and nearly imperceptible signs into the infinity. They are soft emanations of the human being, sighs, breaths, discontinuities in the constancy of the colour, in the seemingly placid monochromy of the Divine – whether it is the desert or the sky. They are ways and gates on which to knock, to knock on the paradise of colours, just like the celestial voice of our Bob Dylan. Do we not usually address them as ‘celestial creatures?’ And does the adjective ‘celestial’, a synonym of the spiritual, not indicate, perhaps, the freedom to serve the others, the Creation, just in the same way as your paintings generously serve us who watch them and raise us to the blue sky, and more?
   Paul Valery once wrote: ‘‘Patience in the blue sky’’.
   Jean Arp once said: ‘‘The air is a root’’.
   
These are things you have often shown.

   Without changing the argument, without discontinuity, I now recall that, the day we were talking about Fatima and of the hand, we started talking about Sagan and the novel which you were reading and rereading, Bonjour tristesse, the sweet and ironic sonority of which resembled something blue, and which, in fact, comes from the Cȏte d’Azur, the blue coast. The sensuality of the story reminded you of Versilia, our golden age. It was the 21st of July, and without us knowing it, it was the birthday of Françoise Sagan. I do not know which one was it back then, which one will be now, the (blue) thread of these words, if not the femininity, the blueness, the industrious patience with which I continue to compose the praise. Praise be to your art of composing, drawing and painting, composing forms with any matter; but also of living and making the forms habitable with joy, building with your own paintings, the canvases and the colours of the habitable worlds, of the houses just like the Tunisian villages and the waving rooms of this exhibition.
Just as the enchanted travellers who, immersed in the immanence and the present, find themselves in the Highest and recount transcendent adventures with great surprise, so you tell us of a celestial and terrestrial Tunisia. The best way to listen to you is to believe you because, as your beloved Boris Vian used to write in L’Écume des jours, ‘the story is entirely true, because I imagined it from one end to the other’. And, if you dreamed it, it is because you lived it from one end to the other.
And all the rest of us who are still here, who were already all eyes, who are all ears, thanks to you we become all soul.