Ravello, il lusso e l’ozio

(l’Unità, 20-08-06)

Scoprii Ravello, la sua incredibile eppure abitabile bellezza, negli anni ’80. Ero fresco di laurea e non avevo una lira, ma dal lusso del luogo, sia quello naturale che quello creato dall’uomo, non mi sono sentito mai respinto, né tanto meno estraneo. La seconda volta restai per un periodo e scrissi un racconto alternato a letture di Dante (funzionali a un concorso per docente) e passeggiate lungo i sentieri costeggiati da muretti a secco che delimitano orti e distese terrazzate di limoni, vigne, ulivi. All’orizzonte, da qualsiasi parte, l’azzurro immenso del mare. La soavità del luogo fuori stagione mi faceva oscillare senza soluzione di continuità tra sensazioni ispirate al “Cantico delle creature” e altre alle novelle del “Decameron”, senza che allora sapessi che a Ravello erano pervenuti, nella lunga schiera di vagabondi e avventurieri dell’anima di ogni epoca, sia Boccaccio che San Francesco d’Assisi. Per molte ragioni, compresa naturalmente l’influenza di Villa Cimbrone e la sua celebre terrazza dell’infinito, il racconto che scrissi fu inizialmente pubblicato in un volume sulla rappresentazione dell’esterno curato da fotografo Luigi Ghirri, col titolo “L’infinito di Dante”. Quanto a un possibile “Paradiso” di Leopardi, il personaggio del racconto aveva pure qualcosa da dire…
Per chi Ravello proprio non la conoscesse, ricordo che Guido Piovene, all’inizio degli anni ’60, ne scrisse una sintesi che era già allora un cliché: “Ravello è una cittadina dallo stile arabo-siculo, che piacque tanto agli scenaristi di un tempo e che dominò alla Scala. (…) Si sa che Wagner trasse qui ispirazione per il Parsifal: nel giardino di Palazzo Rufolo, dove piante esotiche, fiori, tronchi rivestiti d’edera e la vista del golfo si compongono con gli avanzi di cupe costruzioni feudali e claustrali, egli vide tradotto nel vero il giardino incantato di Klingsor. Su questa parte della costa campana domina Wagner e non Virgilio, il Parsifal e non l’Eneide, almeno quanto può permetterlo la luce e la leggera grazia meridionale. Girando per le strette vie di Ravello si ha un anticipo di Palermo, giacché questa cittadina, di stile arabo normanno e orientalizzante, è una Palermo in  miniatura al riparo dei monti. Ma l’Oriente è tagliato da un fondo agreste [… e] i due giardini di Ravello, a villa Rufolo e al Cimbrone, sono i giardini più straordinari del mondo insieme a quelli di Charleston nella Carolina del sud […] Forse i giardinieri di Ravello hanno subito un’influenza britannica (…) ma sono giardini romantici, di una scapigliatura geniale”.
L’influenza britannica c’è stata eccome, ed è rivendicata, se è vero che l’arte dei giardini, e non solo, dipende in ultima analisi dal filantropo Francis Neville Reid, che acquistò a metà Ottocento villa Rufolo e la restaurò, insegnando allo stesso tempo l’arte dell’ospitalità ai futuri gestori dei mitici alberghi Caruso e Palumbo. Ma le testimonianze su Ravello sono tali e tante da comporre da sole un sottogenere letterario del filone “viaggio in Italia”, e rimando il lettore al delizioso volumetto del sociologo Domenico De Masi dal titolo Ravello.Un petit tour, edito da Avagliano. De Masi ci ricorda tra l’altro il crogiolo di culture diverse, merci e idee, tecniche e storie, che i viaggiatori – avventurieri, mercanti, vagabondi, artisti e studiosi – realizzarono sulla costa amalfitana. In particolare Ravello, che già nella sua etimologia (Ravellum, rebellum) indica la ricerca di uno stile di vita, è stata meta di straordinari viaggiatori e residenti (sradicati residenti, direi con un ossimoro) accomunati dall’amore per la bellezza e dall’ozio creativo: ribelli, forse, alla banalità e alla volgarità moderne: da San Francesco a Boccaccio, da Wagner a Escher (il disegnatore olandese che imparò a evocare l’infinito delle forme a partire dalle scalinatelle di Atrani e di Amalfi, poi di Ravello); da Lawrence a Ibsen, da Gide a Adorno, per non  parlare del mondo del cinema, che qui si riuniva anche grazie all’ospitalità dello scrittore e sceneggiatore Gore Vidal, suo famoso residente. Il catalogo dei visitatori e residenti di Ravello è dalle origini un catalogo di persone sensibili a uno stile di vita dove il lusso della bellezza si precisa come contemplazione e creatività.
Sono tornato a Ravello in questi giorni, grazie al Festival che da qualche anno, in prosecuzione degli storici concerti wagneriani, anima il luogo per ottanta giorni di seguito, con la delicatezza e la discrezione  che vi si addicono. Nonostante le inevitabili trasformazioni – nella piazza dove giocavo a palla, e dove arrivava quella corriera azzurra strombazzante ormai rara anche nei più remoti appennini, ora vi sono terrazze di caffè con le sedie impagliate stile Vienna – ho ritrovato agio e bellezza. E non ho potuto non pensare agli usi della parola che dominava sulle pagine dei giornali nazionali – lusso – sullo sfondo della polemica politica e di costume riguardo alla tassa voluta in Sardegna. Ma Ravello ci ricorda, se ne ce ne fosse bisogno, che il concetto di lusso è assai controverso, è una parola-ombrello (direbbe Umberto Eco), e comunque sia il lusso di Ravello è agli antipodi di quello della Costa Smeralda, così come il bar di Villa Cimbrone o il ristorante dell’Hotel Palombo sono all’opposto di Briatore e del suo patetico “Billionaire”, almeno quanto un film di Peter Greenaway lo è da un film di Jerry Calà. Risiedere a Ravello, anche per un periodo limitato, significa affezionarsi a un territorio “fertile e dolcissimo in cui persone e cose hanno gareggiato lungo i secoli per distillare qualità della vita assicurando a noi contemporanei i grandi lussi del nostro tempo: silenzio, quiete, sicurezza, identità, autonomia, bellezza, creatività”. La frase, che è di Domenico De Masi, presidente della Fondazione Ravello Festival, sottolinea e prosegue la tradizione del turismo colto e affinato, insomma dell’“ozio creativo”. Lusso quindi significa qui la fruizione di cose rare come il tempo e la bellezza, lo spazio e il silenzio, la convivialità e l’arte antica dell’ozio al quale, come ricordava Francesco Petrarca in un grazioso e attualissimo pamphlet del Trecento, si oppone da sempre il neg-ozio.
Ecco allora che il concetto di gioco – tema dell’edizione di quest’anno del Ravello Festival – potrebbe essere un altro sinonimo di questi valori, di questa, se vogliamo, “politica del lusso”. E penso: in fondo non rivendicavamo qualcosa di simile anche nel Settantasette, tra una risata e uno sberleffo, quando anche il personale era politico? Si reclamava il lusso, in polemica con la politica dei sacrifici; si rivendicava il gioco contro il lavoro, la poesia contro il commento accademico (e sia chiaro: intendo gli anni ’70 come anni di carne, non di piombo, al di là delle approssimazioni giornalistiche). Visitando la mostra sul “gioco” organizzata da Achille Bonito Oliva negli spazi di quell’Alhambra fiorita che è villa Rufolo, sentendo risuonare la risata di De Dominicis nell’antica torre e le poesie fonetiche (“epistaltiche”) di Mimmo Rotella, tra una macchina celibe di Marcel Duchamp, un piedistallo per sculture viventi di Piero Manzoni, e una mappa di Alighiero Boetti, per non dire delle installazioni degli storici gruppi Fluxus e Gutai, al visitatore sembra quasi che lo spirito del ’77 si prende una virtuale rivincita. Ma: attenzione ai simulacri.
Bonito Oliva ha buon gioco, nel dotto catalogo che accompagna la mostra (attuale? inattuale?), ad attraversare il lessico anche politico e antropologico delle avanguardie – l’apologia della discontinuità, della quotidianità, della gratuità, del disinteresse anti-economico – e i principi di caso, di caos e di inconscio che orientavano e disorientavano creativamente artisti e pubblico in lotta contro un sistema sociale che valorizza solo il tempo della produzione economica, quindi dell’efficacia. Ma performance, oggi, indica l’ottimizzazione del profitto, “performatività” è parola e virtù aziendale, e la pratica dell’arte come sconfinamento ed espansione, come allargamento della consapevolezza di ciò che è arte ed estetica – si pensi al silenzio dei concerti di John Cage – è oggi quasi del tutto riassorbita dall’industria dello spettacolo, della moda, della comunicazione. Dell’intrattenimento.
La stessa amarezza mi ha dato la visita alla famosa “Rondinaia”, la bellissima casa che Gore Vidal abitava dalla fine degli anni ‘60, e che recentemente ha lasciato e venduto a un albergatore del paese: non poteva più permettersi, anziano e invalido, una proprietà dove per accedere alla casa e alle numerose terrazze occorre attraversare filari di limoni interrotti (miracoli di Ravello!) da un bosco di castagni. Nonostante la squisita gentilezza del mio accompagnatore, il nuovo proprietario appunto (che nella sterminata e incantevole tenuta progetta una sorta di beauty farm termale, luogo per feste di matrimonio, propaggine dei suoi alberghi), sentivo il lutto per la fine di una residenza che ha ospitato gran parte del mondo del cinema americano contemporaneo, per non parlare di scrittori e politici liberal (Gore Vidal, oggi, dall’entourage di Berlusconi o di Bush sarebbe detto “comunista”). Ha scritto Raymond Chandler che non c’è niente di vuoto di una piscina vuota, ma non pensava quanto può esserlo una casa attigua a quella piscina, dove il proprietario scrittore ha lasciato qualche mobile, libri, una macchina da scrivere, molti taccuini intonsi (legal pad: uno di questi, ora, è sulla mia scrivania). E’ soprattutto un segno dei tempi, mentre la realtà già supera la già estrema satira dei Magic people di Giuseppe Montesano (il libro è di Feltrinelli), dove per esempio i nuovi ricchi fanno a gara per celebrare il proprio nuovo matrimonio nei luoghi più improbabili (“io a palazzo Chigi!”).
Avrei voluto celebrare il mio ritrovamento di Ravello, la sua bellezza e il suo Festival salutando l’avvio dei lavori per la costruzione dell’Auditorium progettato dal grande architetto Oskar Niemeyer (anche questo opera dell’instancabile tessitore di eventi Domenico De Masi) che prolungherebbe anche nei mesi invernali quell’ozio creativo che è la cifra del turismo, e quindi risorsa economica, di Ravello. Il paradosso di un ozio che diventa negozio sarebbe anch’esso un miracolo ravellese, da studiare in tutta Italia. Ma pare che per faide intestine (della sinistra, del futuro “partito democratico”, degli stessi Ds), si rischia che quell’importante realizzazione, a Ravello, manzonianamene “non s’ha da fare”, e decadrebbero gli oltre 18 milioni di euro che l’Unione europea aveva stanziato, visto l’altro profilo del progetto. Ma di questo i giornali hanno già parlato a lungo nelle pagine interne.
Se questo mio incompleto reportage oscilla tra entusiasmo e malinconia vuol dire che Ravello, intrico di mura arroccate sopra Amalfi che si stratificano dalla Grecia a Roma e dal Cristianesimo all’Islam, non è fuori dalla Storia. Ogni miracolo di bellezza, ogni promessa di felicità, è sottoposta a minaccia, e come ha detto il poeta Edoardo Sanguineti, ospite del festival di Ravello, in fondo tutta la cultura non è che un apparato che ci prepara alla consapevolezza della morte. Ovvero alla consapevolezza della vita, che è la stessa cosa. E alla politica che ne è (una delle) modalità di svelamento. Tempo, bellezza, convivialità, silenzio, eccetera, virtù dei limoneti e dei vigneti di Ravello, non sono dissimili dal coraggio, dallo splendore umile della Ginestra vesuviana di Leopardi. Ecco, forse, come l’infinito e il paradiso, umane e troppo umane percezioni, si toccano e confondono.

Beppe Sebaste